Giovinezza, giovinezza

Luciano Capone

Perché al referendum Renzi è stato sconfitto da questa fascia d’età. E’ ancora l’economia, stupidi

Matteo Renzi sapeva che il voto dei giovani era un punto debole e nella campagna referendaria ha cercato in tutti i modi di accostare il fronte del No alla conservazione di un sistema che penalizza i giovani. Ha puntato molto sulla necessità del cambiamento, ha descritto il referendum come “un derby tra Gattopardo e innovazione”, si è intelligentemente scelto gli antagonisti tra i rappresentanti della gerontocrazia e della vecchia “casta” politica italiana, si è scontrato con Massimo D’Alema, ha fatto confronti televisivi con Gustavo Zagrebelsky e Ciriaco De Mita. Eppure, nonostante il richiamo alla velocizzazione, al cambiamento e al futuro, nonostante la prima linea del fronte del No fosse in gran parte rappresentato da over 65, nonostante D’Alema, Zagrebelsky e De Mita, i giovani hanno votato in massa contro la riforma costituzionale del presidente del Consiglio più giovane della storia della Repubblica. Secondo un sondaggio di Quorum per conto di Sky Tg24 il No ha registrato la quota più alta di consensi proprio tra i giovani, l’81 per cento. La percentuale è leggermente più bassa nei dati raccolti dall’Istituto Piepoli per la Rai, il 68 per cento, ma siamo comunque oltre i due terzi. Anche le rilevazioni sulla base del profilo occupazionale confermano lo stesso trend: il Sì ha preso più voti solo tra i pensionati con il 61 per cento, mentre il No ha vinto tra tutte le altre categorie – dipendenti, autonomi, disoccupato – con un picco di consensi tra gli studenti, dove ha toccato il 79 per cento. Per i giovani non bastava un Sì, non era sufficiente.

A parte singoli casi, chi ha votato contro la riforma Renzi-Boschi non lo ha fatto tanto perché voleva difendere il bicameralismo paritario, il ruolo del Senato, il Cnel o perché l’articolo 70 era troppo lungo, ma perché vive da troppo tempo in condizioni economiche precarie, difficili, che non sono cambiate nonostante la timida ripresa. Più che un voto a difesa della Costituzione è stato un voto contro la condizione economica e quindi antigovernativo. C’è un dato, pubblicato da YouTrend, che più di tutti spiega questo fenomeno: nei 100 comuni con più disoccupati il No ha vinto con il 66 per cento, nei 100 con meno disoccupati invece ha vinto il Sì con il 59 per cento. Se è stata l’economia a guidare le scelte di voto, il No non poteva che trionfare tra i giovani, la classe sociale che ormai da un ventennio sta pagando più di tutti il declino del paese. A differenza di quella che è la narrazione dominante, in Italia la disuguaglianza dei redditi non è aumentata durante la crisi economica, è rimasta costante e anzi è in leggero calo se si considerano gli ultimi 20 anni (dopo il repentino aumento in seguito alla crisi della lira nel 1992).

Come scrive la Banca d’Italia nella sua ultima Relazione annuale, l’indice di Gini che misura la diseguaglianza dei redditi è rimasto pressoché invariato rispetto ai livelli pre-crisi: “La crisi economica non ha determinato un significativo aumento della diseguaglianza: la contrazione del reddito equivalente reale, di circa il 14 per cento dal 2006, ha interessato in misura pressoché omogenea l’intera distribuzione”. Insomma ricchi e poveri si sono impoveriti nella stessa misura, ma il vero cambiamento è avvenuto a livello generazionale: gli anziani sono molto più ricchi e i giovani sempre più poveri. Sempre la Banca d’Italia, nella sua indagine sui bilanci delle famiglie italiane ha chiaramente mostrato come la crisi economica che ha riportato il reddito medio delle famiglie ai livelli del 1995 sia stata pagata quasi integralmente dalle giovani: in 20 anni il reddito degli over 65 è aumentato del 19 per cento mentre quello degli under 35 è sceso del 15. “Nell’arco del passato ventennio – scrive Bankitalia – il reddito equivalente degli individui anziani è passato, in termini relativi, dal 95 al 114 per cento della media generale.

Anche la posizione relativa delle persone fra 55 e 64 anni è migliorata (più 18 punti percentuali). Per le classi di età più giovani, invece, il reddito equivalente è diventato significativamente più basso della media: il calo è stato di circa 15 punti percentuali per la classe di età fra 19 e 35 anni e di circa 12 punti percentuali per quella tra 35 e 44 anni”. Nel suo ultimo rapporto il Censis ha parlato di un “ko economico dei giovani”: “Rispetto alla media della popolazione, oggi le famiglie dei giovani con meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1 per cento e una ricchezza inferiore del 41,1 per cento. Nel confronto con venticinque anni fa, i giovani di oggi hanno un reddito del 26,5 per cento più basso di quello dei loro coetanei di allora, mentre per gli over 65 anni è invece aumentato del 24,3 per cento. La ricchezza degli attuali millennial è inferiore del 4,3 per cento rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nell'insieme il valore attuale è maggiore del 32,3 per cento rispetto ad allora e per gli anziani è maggiore addirittura dell’84,7 per cento”.

La disoccupazione giovanile è in calo ma resta altissima, oltre il 36 per cento, e le riforme del governo per creare occupazione come il Jobs act e il consistente impegno economico per la decontribuzione hanno creato lavoro soprattutto tra gli adulti. Oltre a non trovare lavoro o ad avere redditi più bassi, i giovani sono fortemente colpiti dalla struttura del sistema fiscale enormemente inefficiente, che da un lato penalizza fortemente con tasse alte chi produce ricchezza o ha spirito di iniziativa e dall’altro indirizza la spesa pubblica verso chi non ha un reale bisogno. Se si prende l’indice di Gini, l’Italia si trova in una condizione particolare nel confronto con gli altri paesi dell’area Ocse: ha un livello di diseguaglianza dei redditi superiore alla media, simile per esempio al Regno Unito dove però la pressione fiscale è molto più bassa. Allo stesso tempo l’Italia ha un livello di tassazione molto elevato, al livello della Svezia, dove però la diseguaglianza è molto più bassa. Per avere pressione fiscale scandinava e disuguaglianza angolosassone, vuol dire che lo stato funziona “come Robin Hood al contrario", secondo la definizione dell’ex commissario alla spending review Roberto Perotti. L’economista della Bocconi nel suo ultimo libro, “Status quo”, ha misurato lo spread dell’inefficienza dello stato italiano con una tabella in cui ha messo in colonna il livello della disuguaglianza dei redditi prima e dopo i trasferimenti pubblici.

Ebbene l’Italia ha una disuguaglianza tra le più basse, quasi 3 punti al di sotto della media europea, prima dell’intervento dello stato; mentre ha una disuguaglianza tra le più alte, 1,5 punti sopra la media europea, dopo l’intervento pubblico. “Cosa significa tutto questo? Che in media i programmi assistenziali in Italia hanno una scarsa capacità redistributiva. In altre parole, non sono efficaci nel raggiungere i più abbienti – scrive Perotti – In Svezia, invece, ogni euro di trasferimenti pubblici è molto più efficace nel raggiungere i più indigenti e ridurre la povertà”. La Svezia infatti riesce ad abbattere attraverso i trasferimenti pubblici la disuguaglianza di 30 punti, la Germania di 27, il Regno Unito di 23, la Francia di 20, l’Italia di meno di 17. Sono gli effetti di una spesa pubblica regressiva: lo stato preleva attraverso le tasse un’enorme quantità di soldi che non serve a ridurre la povertà dei disagiati ma ad arricchire i privilegiati. Secondo i dati dell’Ocse circa il 35 per cento della spesa sociale italiana va al 20 per cento più ricco della popolazione, mentre appena meno del 10 per cento va al 20 per cento più povero. E non è un caso se si allarga il divario intergenerazionale, visto che sempre secondo l’Ocse l’Italia è tra i paesi che destinano la quota più alta di spesa sociale agli anziani e che ha la spesa pensionistica (circa il 16 per cento del pil, il doppio della media) e la pressione contributiva (33 per cento del salario) più alte al mondo. C’è un dato che spiega il trasferimento massiccio di risorse verso i pensionati più di ogni altra cosa: secondo i dati dell’Istat esposti in audizione alla Camera “l’84 per cento degli individui che usufruiscono delle principali prestazioni assistenziali previste dal sistema di welfare italiano è costituito da persone anziane”.

In un lungo rapporto sulla disuguaglianza (“In it together – why less inequality benefits all”), l’Ocse dedica un capitolo ai “non-standard worker”, ovvero lavoratori precari, part-time, le partite Iva e tutti quei contratti diffusi soprattutto tra i giovani. In una tabella viene mostrato l’impatto di tasse e trasferimenti pubblici nella riduzione della povertà tra questa categoria di lavoratori: in Irlanda lo stato riesce ad abbattere la povertà tra i “non-standard worker” dell’80 per cento, in Regno Unito del 60 per cento, in Germania del 40 per cento e così via. In media il tasso di povertà scende di un terzo, dal 34 per cento al 22 per cento. In Italia, tra questi lavoratori prevalentemente giovani, dopo l’intervento dello stato la povertà addirittura aumenta, di poco, ma aumenta. Questo vuol dire, sempre citando Perotti, che “il rischio di povertà estrema in Italia è concentrato tra i giovani. Dopo i trasferimenti pubblici, il rischio di povertà estrema per i minori di 18 anni è del 13 per cento, molto superiore alla media europea; lo stesso rischio per gli anziani è del 3 per cento, uguale alla media europea e inferiore a paesi come Germania e Gran Bretagna. In altre parole, in Italia le pensioni proteggono contro la povertà estrema gli anziani; i trasferimenti assistenziali che dovrebbero avere questo compito per tutta la popolazione, invece, non riescono ad assolverlo efficacemente”. Questa è la reale condizione economica dei giovani e si capisce come le loro preoccupazioni siano rivolte ad altro più che alle riforme istituzionali.

Per gli stessi motivi è comprensibile come, con una spesa pubblica del genere e con uno stato che fa il “Robin Hood al contrario", possa riscuotere consensi e apprezzamenti la proposta di “reddito di cittadinanza” del Movimento 5 stelle. Non si può certo chiedere agli elettori di studiare la proposta per capire che quel meccanismo funziona come una trappola della povertà, che è costosissimo e che non ci sono coperture, non lo si può certo pretendere anche perché per loro è l’unica proposta in campo. Tanto più che prima del referendum, oltre ai laceranti problemi di coscienza e di posizionamento interni al Partito democratico, si è parlato esclusivamente dell’aumento del contratto del pubblico impiego e ancora una volta di pensioni, con ulteriori risorse destinate all’anticipo pensionistico. E di giovani, paradossalmente, si è parlato solo quando si proponeva di aumentare le risorse per le pensioni. Sia il governo che i sindacati hanno usato la disoccupazione giovanile come giustificazione per le uscite anticipate: “Possono aprire la strada a un rilevante turnover per i giovani”, assicurava il ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Il governo Renzi, che pure è nato su una forte spinta innovatrice, riformista e giovanilista, quando alla fine ha dovuto scegliere tra la difficile spending review di Roberto Perotti e la comoda staffetta generazionale di Poletti, ha preferito il secondo. E le urne hanno confermato le scelte di politica economica del governo. Naturalmente non vuol dire che se Renzi avesse fatto scelte politiche un po' più radicali del bonus da 500 euro per i diciottenni, come l’abolizione integrale dell’articolo 18 anche per le vecchie assunzioni, una spending review massiccia per ridurre le tasse e per ridisegnare il welfare in maniera più universalistica, avrebbe ricevuto in massa voti da parte dei giovani.

Anche perché in Italia i giovani hanno dimostrato più volte di essere i migliori supporter dei propri avversari: l’uscita dall’euro e l’aumento di spesa e debito proposti da Lega e M5s sono una prospettiva nettamente peggiore. Si sono anche schierarti contro chi ha provato a cambiare le cose a loro vantaggio, come ad esempio è accaduto con Elsa Fornero, autrice di una riforma che ha alleggerito il costo della spesa previdenziale e migliorato le prospettive pensionistiche dei giovani, ma è diventata un nemico pubblico quando li ha invitati a non essere “choosy”. Probabilmente era impossibile per Matteo Renzi ottenere molto di più per i giovani con una maggioranza non omogenea e dalla guida di un partito, il Pd, la cui base elettorale è prevalentemente composta da pensionati e pubblico impiego. Ma la sensazione è che a un certo punto il premier più giovane della storia della Repubblica abbia smesso di provarci.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali