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Le cose di prima

Nel nuovo romanzo di Eduardo Savarese, meditato per anni, è la fisica a spiegare la teologia

29 Dicembre 2018 alle 06:10

Le cose di prima

La copertina del libro Le cose di prima

Che rabbia non conoscere la fisica abbastanza bene da apprezzare tutte le sottili implicazioni teologiche del nuovo romanzo di Eduardo Savarese, “Le cose di prima”. Nel cambiare editore – da e/o è passato a minimum fax, mantenendo la predilezione per le iniziali minuscole – ha accettato di affrontare forse il tema più complicato della sua carriera di poliedrico dotto, romanziere, saggista e magistrato (ha appena pubblicato anche un voluminoso “Certezza del diritto e diritto internazionale”, ma mi perdonerà se lo tralascio): raccontare la vita di un ragazzo malato di distrofia cercando a questa malattia crudele e assurda un posto che abbia senso nell’ordine del creato, nei massimi sistemi. E’ un passo interessante e credo fondamentale per un autore cattolico ma non codino, che pochi anni fa si era distinto per coraggio e sincerità pubblicando la “Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma” (il Foglio lo aveva intervistato il 7 ottobre 2015) in cui esortava le gerarchie ecclesiastiche a smettere di avere paura della libertà e dando vita a un significativo dibattito fra fedeli su cosa sia di preciso questa libertà che, ricorda il Vangelo, deriva dalla verità.

  

Quindi, la fisica. Spira da quasi tutte le pagine di un romanzo meditato per anni, che cita Heisenberg e Schrödinger e Oppenheimer in abbondanza ma parte pur sempre da una ouverture biblica: “L’Eden è circondato da confini che il Signore stabilisce come limite: al di qua del limite c’è felicità, c’è beatitudine, al di là del limite infelicità. L’armonia – geometrica, musicale, delle arti, delle tecniche – è proporzione di misure costruita dentro limiti. Il limite può assumere forme soffocanti, come una malattia”. Il leitmotiv della storia è il limite, inteso nel senso di modo in cui le possibilità prendono il sopravvento sulle impossibilità. Attanaglia il protagonista malato: la sua sofferenza annichilisce le abilità del corpo e incute timore agli altri, inducendo entrambe le parti a rinunciare alle possibilità della loro combinazione; la sua solitudine diventa un destino necessario e radicato nell’abitudine anche se basta l’ingresso di una ragazza affascinante per scoprire che le meccaniche pulsioni del corpo lasciano il passo piuttosto all’apertura di “una miriade di possibilità, come la scia di una portentosa cometa”.

  

Il principio di indeterminazione, spiega Savarese in uno dei brani didascalici fondamentali per gli insipienti in fisica, “ci invita ad accontentarci della conoscenza soltanto di una variabile per volta. E’ come se l’atto della misura costringesse le particelle a ricadere in uno solo tra i molteplici stati possibili prima della misurazione”. Nel momento in cui soppesiamo la nostra vita e cerchiamo di interrogarne il senso, ci ritroviamo in una situazione simile poiché finiamo per cozzare contro quel limite originario, posto nell’Eden, che caratterizza l’uomo e il mondo che abita. Il dibattito epistemologico sul principio di indeterminazione ci pone di fronte alla stessa domanda che si pone il sofferente: la limitatezza è parte della struttura profonda della materia o dipende dall’inadeguatezza delle tecniche di misurazione (e, per estensione, della nostra comprensione)? Bisognerebbe, conclude, porsi dalla prospettiva che superi la fisica classica trascendendo lo schema ristretto dei concetti opposti; ma, ammette, “è difficile trascendere quando gli opposti sono salute/malattia”.

  

Sto tentando di spremere conclusioni teoriche da un romanzo che, come tale, ha una trama e anche bella che va avanti con delicatezza ma resta costellata di questi interrogativi fra le righe, così che ogni suo elemento possa apparire risposta simbolica. Ad esempio il fatto che il padre del protagonista viva in Siria, dove cerca di ricostruire una comunità cristiana dopo gli assalti dei jihadisti: che sulla scala sociale sono l’equivalente della malattia che intacca il corpo e la sua resistenza. O il dettaglio che per entrare nella grotta della Natività in Terrasanta si passi per forza attraverso una porticina talmente minuscola da dover rimpicciolirsi ogni volta. La religione, che a Savarese sta molto a cuore, è la risposta che consente di trascendere gli opposti quando si incontra il limite, in modo tale che possano coesistere i suoi sensi inconciliabili di soffocamento e armonia. E’ dentro il limite che troviamo la bellezza sufficiente da farci desiderare di superarne le proporzioni e diventare un palpito dell’infinito, sia che siamo fisici, sofferenti, fedeli o semplicemente uomini. Qui credo Savarese abbia trovato la risposta sulla libertà che indagava da anni: “Il Signore diede la vita all’Uomo. Con essa soffiò la libertà per riconoscere l’armonia del confine necessario; con essa suggerì il coraggio di affrancarsi dai limiti falsi”.

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