Commento al sogno di Scipione

Macrobio

Bompiani 2007, 916 pp., 31 euro

Commento al sogno di Scipione
Un documento esemplare della cultura romana del quinto secolo dell’èra volgare. Macrobio è il celeberrimo autore dei “Saturnaliorum Convivia”, l’erudito che ha conservato ai posteri l’essenza metafisica di una civiltà aggredita dall’interno e dall’esterno, fiaccata dal fanatismo pandemico e assediata da orde di barbari dilaganti. Una frattura irrecuperabile s’era ormai prodotta all’interno della civiltà romano-italica così come nel cuore dell’uomo: scisso da se stesso, immemore delle sue origini stellari. Ma di tutto questo non v’è traccia, nell’opera di Macrobio, tutta pervasa invece da una calma olimpica e celeste. Se i “Saturnalia” sono il compendio piano di un’immensa teologia solare, nel “Commento al sogno di Scipione” l’autore entra in rapporto con il testo di Cicerone per rinnovellare l’incontro con la scienza del pitagorismo italico. Ogni frase è cesellata intorno all’esigenza di restituire la giustezza della cosmogonia nostra, la conoscenza empirica dell’immortalità animica (per chi se la conquisti, naturalmente), la penetrazione nel mistero dell’armonia universale, del fuoco celeste che irradia le sfere di cui si compone l’essere eterno. Dice Macrobio: “Gli Antichi chiamarono la sfera celeste Giove e, presso i teologi, Giove è l’Anima del Mondo. Donde l’espressione: da Giove è il principio, o Muse, tutto è pervaso da Giove”. Il testo latino a fronte non fa che impreziosire la bellezza del verso.

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