Convincere chi dubita del vaccino. Le ragioni di Renzi e i pericoli per l'Italia

Le lettere al direttore del 5 gennaio 2021

    Al direttore - In linea di principio, come suddividere il reddito personale tra consumi e risparmio è una decisione che spetta alla responsabilità di ciascun individuo. Poiché, però, l’esperienza dimostra che questa è difettosa, lo stato costringe i cittadini a premunirsi di fronte ai bisogni e ai rischi che si manifestano nel corso dell’esistenza, anche per evitare che il loro costo – economico, sociale, umano – ricada sulla collettività. Il caso delle pensioni è il più eclatante, ma non è l’unico: lo stato rende obbligatorie, ad esempio, anche l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e quella per i sinistri automobilistici. La stessa logica vale per le vaccinazioni. Del resto, in Italia sono state imposte per legge quelle contro il vaiolo (1888), la difterite (1939), la polio (1968) e, successivamente, contro le malattie esantematiche. Ora, con una crisi di governo alle porte e con una campagna vaccinale che stenta a prendere il largo, non è certo questo il momento per imbarcarsi in una discussione sui metodi, più o meno persuasivi, per raggiungere l’immunità di gregge. Solo per dire che l’ipotesi di rendere obbligatorio il vaccino contro il Covid-19 non è una bestialità, né si può escludere la necessità di farvi ricorso nel futuro prossimo.
    Michele Magno

     

    Capisco ma non condivido, caro Magno, e sottoscrivo quanto scritto dall’Elefantino: serve pazienza per persuadere le minoranze riottose.


       
    Al direttore - Renzi considera l’Italia pre Covid un’economia in declino e vuole ristrutturarla nelle fondamenta onde farla ripartire con un  paradigma di sviluppo non declinante  utilizzando il Recovery fund. Il disegno  presuppone una guida tecnico-politica che sia 1) credibile all’interno e all’estero 2) competente 3) super partes onde avere il suffragio del Parlamento tutto. Al contrario, l’uso sostitutivo del debito come Conte (Gualtieri) vorrebbe fare del Recovery fund  non farebbe altro che rallentare la decrescita ma senza invertirne la direzione. Per la radicalità dell’obiettivo e per la sua assenza di opportunismi spartitori, il progetto renziano va sostenuto a oltranza: dire che manca la figura ritenuta idonea allo scopo è pura difesa conservatrice del declino.
    Serafino Penazzi

     

    Renzi ha molte regioni e la sua agenda per una svolta di governo più che criticata merita di essere capita. Ma su un punto Gualtieri non ha tutti i torti: usare i prestiti europei per fare altro debito per un paese ad alto debito come l’Italia significa avvicinarsi a passi veloci verso un futuro collasso del paese. Giusto usare tutte le risorse europee (che cavolo aspettiamo ancora con il Mes) ma giusto anche occuparsi di come evitare che le iniezioni di debito si trasformino in una droga eccessivamente pericolosa per il futuro dell’Italia. 


     

    Al direttore - Leggo che la gerarchia della Chiesa tedesca va avanti per la sua strada con il Sinodo biennale “vincolante” nonostante la manifesta preoccupazione del Papa e i moniti della curia a fermarsi. Gli argomenti in questione sono l’apertura del ministero sacramentale anche alle donne e la benedizione in chiesa delle coppie formate da persone dello stesso sesso: un atto “visibile” e “pubblico” che dovrebbe servire a marcare la differenza con il matrimonio. Non capisco come questi argomenti possano essere oggetto di un’eventuale scissione dalla chiesa di Roma. Qual è la vera ragione per cui la Conferenza episcopale tedesca non si ferma nemmeno davanti all’ammonimento di Papa Francesco? Sono davvero convinti, i vescovi ribelli,  di essere i nuovi Lutero? Papa Francesco vuole una chiesa come ospedale da campo e ha una particolare sensibilità per il creato e sopra tutto per i poveri. Ma pare non sia sufficiente per la gerarchia teutonica. Qual è la vera preoccupazione di mons. Bätzing? Quella di diventare una chiesa troppo povera? Crede davvero che il sacerdozio femminile e la benedizione delle unioni omosessuali possano far tornare i fedeli tedeschi a pagare la Kirchensteuer?
    Daniel Mansour

      
    La tensione fra Roma e la Chiesa tedesca dura da secoli, non da giorni. E probabilmente è irrisolvibile, almeno fino a quando non sarà tagliato il cordone ombelicale tra lo stato e l’istituzione ecclesiastica locale; cordone che rende la Chiesa tedesca meno libera, anche perché appunto c’è di mezzo una tassa obbligatoria da versare. Quando c’è una crisi, come ha ricordato spesso su questo giornale Matteo Matzuzzi, si cerca di rendersi più appetibili: se mancano fedeli (e quindi paganti), ci si butta sulla pubblicità e sul marketing: si invoglia la gente a entrare, a partecipare alla festa. E dunque si va a cercare pubblico tra chi finora era stato escluso ma che – per qualche ragione – vorrebbe far parte della Chiesa. A livello pubblicitario, oggi non c’è niente di meglio e politicamente corretto di aprire le porte alle donne sull’altare, se non altro per la parità di genere. 


     

    Al direttore -  Guido Tabellini scrive giustamente che “la scuola non prepara adeguatamente i nostri giovani al mondo in cui dovranno operare” e che “una profonda riforma di scuola e università dovrebbe essere la priorità per qualunque governo” (Il Foglio 2 gennaio 2021). 
    Si possono anche riportare i giovani a scuola, ma questo equivale a utilizzare i docenti quasi esclusivamente come babysitter un po’ moralisti (grazie alla recente trovata dell’educazione civica) che consentano ai genitori di tornare al lavoro.  Perché i mass media si soffermano su dettagli insignificanti come le rotelle dei banchi e non producono inchieste accurate sul reale stato (comatoso) dell’educazione in Italia?

    Cordialmente.
    Leonardo Eva

      

    Lo faremo. 


     

    Al direttore - Mi interessa leggere Langone, pur se non sempre ne condivido i convincimenti (sono sicuro che se ne farà una ragione). Oggi a proposito della lingua dominante in Europa, in sostituzione dell’inglese brexato propone il francese. Niente da dire ma osservo una forzatura a fine intervento e riporto “…il primato francese è esclusivamente relativo al pensiero, dunque alla lingua che quel pensiero veicola”. Lo voglio accostare a quest’altro intervento: “L’Italia dà il meglio del suo pensiero nelle ampie teologie di un san Tommaso d’Aquino e di un san Bonaventura o, come nel capolavoro di Dante, essa eleva fino al genio il senso dell’ordinamento architettonico delle idee: le cattedrali di pietra sono francesi, ma le cattedrali di idee sono italiane” (E. Gilson, “La filosofia nel medio evo”, Milano, 2016, p. 870). Propongo, se Langone non se la prende, la candidatura dell’italiano.
    Gianfranco Totonelli

      

    Meglio tenersi un po’ più di inglese in Europa e un po’ meno litigi tra i non inglesi su quale sia la lingua giusta da usare per sostituire l’inglese. Visto mai poi dovessero ripensarci, un giorno.