Tagliare i parlamentari si può. Il problema è che cosa fare dopo

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 3 agosto 2020

Al direttore - Un museo del sovranismo?

Giuseppe De Filippi


   

Al direttore - Come si fa a impedire che si concluda un altro capitolo dell’antiparlamentarismo in nome della demagogia populista? Il 20 settembre si voterà anche nel referendum per confermare o annullare il “taglio dei parlamentari”, pretesa “identitaria” dei Cinque stelle. Il deputato FI Simone Baldelli ha avuto il coraggio di promuovere da solo una campagna per “dire no al taglio della democrazia”. Non è stato mai spiegato cosa significhi per la politica e le istituzioni la riduzione dei parlamentari se non invocando un ridicolo risparmio tramite il taglio delle poltrone parlamentari. Restringere la platea dei deputati e senatori voluta dai costituenti in un’Italia di 45 milioni di anime significa avvilire molte zone che non avranno più una rappresentanza democratica e pluralistica, aumentare i poteri dei capipartito nel controllo dei candidati e degli eletti, e svuotare le Camere della possibilità di svolgere compiutamente non solo le funzioni legislative ma anche quelle di controllo previste dalla Costituzione lasciando via libera ai magistrati. Goffredo Bettini ha parlato di pericolo per la democrazia a proposito del taglio dei parlamentari combinato con la riforma elettorale. Evviva, dunque, chi ha il coraggio di andare controcorrente infischiandosi della dilagante demagogia. Ma cosa faranno i dormienti democratici?

Massimo Teodori

    

Per una volta non concordo. Tagliare il numero dei parlamentari non è demagogia (in Italia, a oggi, il numero dei deputati ogni 100 mila abitanti è pari a uno, con la nuova riforma arriverà a 0,7, in Germania già oggi ci sono 0,9 deputati ogni 100 mila abitanti, in Francia lo stesso, nel Regno Unito ce n’è uno ogni 100 mila, in Spagna ci sono 0,8 deputati ogni 100 mila, e l’Italia resterebbe ancorata alla media dei grandi paesi europei). Ma la conclusione naturale di un dibattito politico che in Italia va avanti da più di quarant’anni. Sarebbe stato meglio tagliare il numero dei parlamentari all’interno di una riforma più ampia ma il referendum costituzionale del 2016 è andato come sappiamo e non ci resta che sperare che le riforme istituzionali vengano fatte nell’unico modo oggi possibile: con la logica dello spezzatino. Tagliare il numero dei parlamentari senza ricalibrare il sistema istituzionale serve a poco. Ma serve a poco anche combattere contro il taglio del numero dei parlamentari portando avanti l’idea che ridurre il numero dei parlamentari sia solo demagogia e solo populismo. Il problema non è se tagliarli, ma cosa fare dopo. Forse avrebbe senso concentrarsi più sul secondo punto che sul primo. Il tempo c’è.


    

Al direttore - Ha ragione Claudio Cerasa. La scorciatoia giudiziaria non risolverà i problemi del centrosinistra nel nord. Certamente non in Lombardia. Esistono due precedenti istruttivi. Nel 2012 la giunta Formigoni fu investita da inchieste e nella legislatura successiva anche la maggioranza di Maroni conobbe analoga disavventura. In entrambe le circostanze il centrosinistra si era illuso di vincere. Non accadde. Dal 1995, e cioè da 25 anni, solo sconfitte alle regionali e politiche, nonostante i brillanti esiti delle amministrative. Altro che nord. In Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Trentino e Friuli dal 1995 il centrosinistra ha vinto più volte. In Lombardia e Veneto MAI. L’Emilia-Romagna fa storia a sé. Cosa ci vuole, di più, per affrontare i nodi di fondo del rapporto con i ceti popolari della Lombardia? Esiste l’area metropolitana, quella pedemontana e quella padana. Con caratteristiche diverse fra loro. Con un dato unificante: un laura’, se l’è mia fai ben, l’è mia un laura’. Un lavoro, se non è fatto bene, non è un lavoro. 10 milioni di abitanti, 800.000 imprese, il 22 per cento del pil italiano, richiedono uno sforzo speciale di analisi. Il crollo del pil nei primi sei mesi, quello del fatturato di oltre il 20 per cento nella locomotiva del paese, sono un allarme rosso per tutta l’Italia. Sul Covid-19 non si è fatto un bel lavoro a Palazzo Lombardia. Sulla cosiddetta ripresa (filiere produttive, trasporti, ambiente, infrastrutture, oltre che sulla sanità), si balbetta. Questo è ciò che osservo dalla “Perla delle Prealpi”. Se la vita, la società, la sanità, l’ambiente, l’organizzazione produttiva, saranno quelle di prima, avremo già perso. Cultura del fare bene il lavoro, dell’autonomia, dell’innovazione, dei legami europei, del risparmio, dell’iniziativa individuale, della piccola proprietà, della sicurezza, della libertà e della solidarietà: queste sono le radici popolari profonde della Lombardia che costituisce il punto di tenuta politica di Salvini. E il cuore del suo potere. Con questa cultura e le sue conseguenze, innanzitutto il Pd deve, finalmente, fare i conti. Fare i conti con la “questione Lombardia”. In uno dei quattro motori d’Europa abbiamo il dovere di alzare l’asticella della sfida. Il governo deve dare una mano concreta per liberare le forze federaliste, liberali, europeiste, dal cappio nazionalista. Altrimenti c’è il rischio che cadano dalla padella, Salvini, alla brace, Meloni. Che non mi pare la più convinta erede di Carlo Cattaneo.

Daniele Marantelli
Direzione nazionale Pd


   

Al direttore - Non c’è potere o establishment che non sia stato additato dal Movimento 5 stelle come nemico del popolo e in nome del popolo minacciato di resa dei conti non appena giunti al governo: dalle banche alle assicurazioni, dalle istituzioni europee ai monopolisti italiani, dai manager di stato ai sindacati, dagli Stati Uniti alla Germania, dal Vaticano alla Rai, dai militari ai giornalisti, dalle alte burocrazie pubbliche alle massonerie… Due anni di governo sono sufficienti per dire con matematica certezza che nella maggior parte dei casi i grillini hanno preferito evitare lo scontro, nei casi restanti lo hanno al più presto sospeso. C’è solo un potere che i grillini non hanno messo all’indice né ieri, né oggi. Si tratta del più gigantesco potere globale mai visto, un potere monopolista dotato di una pervasività lobbistica senza precedenti. Un potere che controlla l’informazione e le informazioni, che altera i naturali processi democratici, che condiziona i governi, che “droga” i giovani, che fa commercio della nostra privacy e stila dettagliati dossier su ogni cittadino. Un potere colossale nelle mani di un pugno di uomini che eludono sistematicamente il fisco e distruggono molti più posti di lavoro di quanti non ne creino. E’ il potere dei colossi del web, i nuovi “poteri forti”. Uomini come Jeff Bezos (Amazon), Tim Cook (Apple), Sundar Pichai (Google) e Mark Zuckerberg (Facebook), che, in barba alla rettorica sulle diseguaglianze, vantano patrimoni personali nell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari e guidano aziende che messe assieme valgono più dei pil di Germania, Francia e Italia sommati. Difficile pensare un bersaglio più coerente con la retorica grillina, soprattutto in tempi di crisi come quelli che stiamo vivendo. E invece niente: non una parola, non un atto politico, non una perentoria richiesta di assunzione di responsabilità.

   

Nel fuoco della recessione più spaventosa di sempre, in Francia e in Germania si discute di come recuperare gettito dai colossi del web, mentre il Congresso americano li ha messi fisicamente alla sbarra con l’accusa di attività anticoncorrenziale. Il governo italiano non ha fatto nulla, neanche una parola. Neppure ora, neanche nel pieno della crisi, a fronte di fatturati cresciuti del 30 per cento mentre nell’Italia reale si perdevano 752 mila posti di lavoro. Posti di lavoro persi in parte anche a causa del web. Mai sentiti Di Maio o Di Battista intimare a Facebook e soci di pagare le tasse. Mai visti gli eurodeputati grillini battersi per la multa da 4 miliardi imposta dalla Commissione europea a Google. Solo marchette, come sul diritto d’autore e sul commercio online. E’ la solita acquiescenza o si tratta invece di corrività? Non disturbano il manovratore per non mettersi contro la lobby più potente del mondo o perché ne condividono gli interessi? Domanda retorica, essendo il Movimento 5 stelle creatura della Casaleggio Associati. Di una società privata, cioè, che al web deve i propri profitti. E i cui profitti sono in crescita esponenziale da quando il Movimento 5 stelle è al governo.

Sen. Andrea Cangini, responsabile Cultura di Forza Italia e portavoce di Voce Libera

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