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Anche per l’economia italiana è facile prendere un’influenza e difficile smaltirla

5 Marzo 2020 alle 06:13

Al direttore - Per fermare i tribunali si ricorre alla prescrizione (medica).

Giuseppe De Filippi

  


 

Al direttore - Per il coronavirus il governo adotta un antico ma efficacissimo metodo: un colpo al cerchio e uno alla botte. Italiani stiamoci vicini ma non uscite di casa.

Paolo Repetti

 


  

Al direttore - La crisi innescata dall’epidemia di coronavirus sta per sprofondarci in una recessione di entità incontrollabile. Ma l’atavico vizietto nazionale di cercare oltreconfine la soluzione dei nostri problemi si propaga alla stessa velocità della malattia. E così ora apprendiamo che il problema è l’Europa. Non che non sia lecito attendersi una reazione coordinata dei paesi dell’Eurozona al più che probabile rallentamento dell’economia continentale. Ma questa sarà pur sempre la reazione di 19 paesi ai problemi dell’area, non quella di 18 paesi ai problemi di uno tra questi. E il soccorso europeo non ci esimerà dal rivedere una composizione della spesa sbilanciata a favore soprattutto di quota cento, una misura sbagliata nei fatti e nei princìpi. Media e politici rilanciano a mo’ di slogan “l’Europa batta un colpo”. E dietro questa parola d’ordine si affaccia pure l’idea, giusta ma non a costo zero, di una politica fiscale comune europea. Attenzione però, anche qui mettere in comune la politica fiscale non ci regalerebbe una spensierata anarchia finanziaria, bensì la dura legge delle regole. I mercati ci guardano.

Marco Cecchini

 

L’economia italiana si trova nelle stesse condizioni di una persona un po’ avanti con l’età e con qualche guaio di salute sulle spalle: con un debito pubblico molto alto, una crescita molto bassa e una produttività molto bassa un’influenza è facile prenderla ed è difficile smaltirla.

 


 

Al direttore - Non credo che l’intento delle associazioni di soci di Ubi Banca – il “Car”, i “Mille” e, se ugualmente diranno “no” all’Ops di Intesa, i soci bresciani – sia quello, o comunque solo quello, di coordinare una eventuale contro-offerta con Bpm al fine di contrastare l’Offerta. Non sembra che ora ve ne siano le condizioni. Tuttavia, come emerge dall’efficace quadro presentato dal Foglio del 4 marzo, ai “pattisti”, che però agiscono separatamente, sarebbe sufficiente raccogliere adesioni che almeno impediscano a Intesa di conquistare i due terzi di Ubi. A quel punto, se l’assemblea, quando sarà convocata, dovesse confermare un tale parziale insuccesso di Intesa, questa non potrebbe incorporare, come ora vuole, la banca-bersaglio e dovrebbe fare i conti, pur detenendo una partecipazione maggioritaria, con una minoranza bene attrezzata. Quest’ultima, però, potrebbe pure puntare, prima di arrivare alle estreme conseguenze, a negoziare meglio le condizioni dell’Offerta, anche se l’ad Messina ha detto che Intesa non maggiorerà il prezzo dello scambio. Insomma, si sta avviando una “battaglia”. E’ inaccettabile che vi sia chi elogia come scelta di mercato l’Ops non concordata di Intesa, ma critica, come se non fosse, pure essa, una scelta di mercato, l’iniziativa dei soci dissenzienti. Scelto il confronto sul mercato (ma poteva optarsi anche per un’Offerta concordata, consensuale), non ci deve dolere che si risponda con un’altra iniziativa, anch’essa di mercato. Alla condizione della rigorosa osservanza delle regole e della trasparenza. Poi avrà successo il migliore. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

 

Precisazione di Stefano Cingolani. Nell’articolo pubblicato ieri sotto il titolo “Ma non è la fine della fiera” Ettore Riello viene definito presidente dell’Aefi, l’Associazione esposizioni e fiere italiane. Invece l’attuale presidente è Giovanni Laezza che ha sostituito Riello il 13 dicembre 2018. Le fiere italiane posticipate per il coronavirus sono attualmente 71.

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