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Non è la giustizia a uccidere, è il circo mediatico. Chi chiederà scusa a Penati?

11 Ottobre 2019 alle 06:02

Al direttore -

Giuseppe De Filippi

  


 

Al direttore - È morto Filippo Penati. È morto di tumore e secondo la sua viva voce questo tumore è stato causato dai processi che ha subìto. Non è vero. Come giornalisti variamente impegnati, da una parte o dall’altra della barricata, dovremmo onestamente non avvalorare l’idea che è un’inchiesta o un processo a creare le condizioni psicofisiche ideali per lo sviluppo di cellule tumorali. Di fronte alla morte di un uomo delle istituzioni, dovremmo essere coraggiosi e sinceri e dire che il tumore di Penati (ma non solo il suo) è stato causato, o almeno favorito, da quello che, Daniel Soulez Larivière ha per primo definito “le cirque médiatico-judiciaire”, il circo mediatico-giudiziario. Il tritacarne mediatico, la gogna.

 

Ciò che distrugge la vita delle persone è la pubblicazione di teoremi accusatori rispettabili ma tutti da dimostrare, che assai spesso si infrangono sugli scogli del dibattimento, spacciati per verità assolute e accertate. E’ la pubblicazione di particolari intimi e riservati della vita delle persone, elementi pruriginosi, ottimi per riempire i giornali scandalistici ma che non dovrebbero trovare ospitalità nei cosiddetti “giornali seri”. E invece la cronaca delle accuse e le conversazioni che vengono riportate, anzi ricopiate, dalle informazioni di garanzia e dagli ordini di custodia cautelare si soffermano su amanti e relazioni, su battute innocenti che vengono fatte al telefono milioni di volte da milioni di italiani ogni giorno. Anche da parte di quei cronisti che le riportano perché “se le ha scritte nel proprio provvedimento il pm, perché io dovrei tralasciare questa ‘informazione’?”.

 

La selezione delle notizie, il filtro giornalistico, tutte quelle belle cose che studi all’esame di stato svaniscono in un soffio. E si rovinano famiglie, amicizie, relazioni. Vengono gettate sul lastrico carriere di manager e politici, fatte fallire aziende. Penati ci fa pena perché è morto mentre non ci muove a compassione il lungo elenco di morti di Tangentopoli (in testa Sergio Moroni e Gabriele Cagliari) e tantomeno induce i giornalisti a limitarsi il caso recente dell’ex presidente Anm, Luca Palamara, da un lato, e dei consiglieri del Csm Corrado Cartoni, Antonio Lepre, Paolo Criscuoli, questi ultimi costretti alle dimissioni per non aver compiuto nulla di illecito, anzi esercitando le prerogative proprie di componenti di un organismo che i nostri Padri costituenti hanno voluto fortemente “spurio”: alcuni componenti togati, altri eletti dal Parlamento e con un presidente e vicepresidente espressioni sempre del Parlamento e dunque della politica.

 

Chi si è dispiaciuto del calvario di Clemente Mastella, che per propria fortuna non è morto ed è sopravvissuto ai processi subiti da lui e dalla sua famiglia e dalla violentissima canea mediatica che si è abbattuta sulla sua famiglia, moglie, figli, nuore? Chi pensa a Vasco Errani? All’ex vicepresidente della regione Lombardia, Mario Mantovani? Ad Antonio Bassolino, a Calogero Mannino, a Vincenzo De Luca. Chi si domanda cosa abbiano patito la carriera, la salute e la famiglia di Claudio Scajola, uscito prosciolto da ben 13 procedimenti giudiziari con le accuse più fantasiose e processato mediaticamente per la seconda volta con la vile offesa di aver in qualche modo reso possibile la morte del professor Biagi, nei giorni in cui Scajola subiva una ingiustificata (dal codice penale) custodia cautelare in carcere?

 

È un problema che riguarda i casi eccellenti ma anche le persone comuni? Rai3 un paio d’anni fa ebbe il coraggio di mettere in onda una trasmissione “Sono innocente”, condotta con capacità da Alberto Matano, che divenne anche un libro e che racconta il calvario dei cittadini “normali”. Non ministri, non deputati, non magistrati, non supermanager come Silvio Scaglia e Mario Rossetti, straprocessati e strasbertucciati dalla grande e piccola stampa.

 

Se abbiamo dubbi sulla veridicità delle parole di Penati, domandiamo a un oncologo quanto le sofferenze psicologiche e morali favoriscano l’insorgere di malattie anche mortali o inducano un male terribile ma ancora sottovalutato come la depressione. E quando accendiamo il pc per scrivere il prossimo pezzo, mettiamoci una mano sulla coscienza, siamo più equilibrati, rispettiamo l’altrui dignità.

Andrea Camaiora

 

Un modo giusto per cominciare potrebbe essere, per esempio, non spacciare più il diritto allo sputtanamento per diritto di cronaca e ricordarsi, poi, che essere garantisti non è una maschera che nasconde il volere essere innocentisti, non è un regalo che si concede a chi ci piace, ma è l’unico modo per essere umani, per rispettare lo stato di diritto e non passare ogni giorno sopra la costituzione come una ruspa (e usare la ruspa significa anche, cara Repubblica, fare articoli per ricordarlo senza ricordare le sue assoluzioni). E sarebbe bello che un giorno i compagni che hanno mollato Penati nel momento del bisogno, mettendolo fuori dal Pd sulla base di un sospetto, avessero il coraggio di guardarsi allo specchio e di dire quello che fino non hanno mai avuto il coraggio di dire: scusaci, Filippo.

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