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I barbari non si possono romanizzare. No ai movimenti 5 Goebbels

15 Settembre 2018 alle 06:09

Al direttore - Macron fa il reddito di cittadinanza? Et merde alors!

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Due illusioni ci tengono pericolosamente compagnia in questo residuo di estate. La prima è che tutti gli antipopulisti si debbano radunare sotto lo stesso tetto. La seconda è che il loro compito sia quello di romanizzare i barbari. Il “partito della ragione” che lei evoca sembra riassumere queste due illusioni. Io credo invece che occorra ritrovare le “ragioni dei partiti”. Rimettere in campo i liberali, i popolari, i socialisti per fare una cosa a cui si sono disabituati da anni: essere se stessi. Senza stiparsi dentro recinti improbabili e senza arrampicarsi in cattedre di questi tempi ancora più improbabili. Forse, se torniamo a essere quello che siamo, riusciamo almeno a evitare che siano gli altri a rendere barbarici noi. 

Marco Follini

 

La chiave dei prossimi mesi sarà tutta qui: la forza della ragione contro la deriva della passione. Non serve romanizzare i barbari. Non serve fare un unico partito anti populisti. Serve fare un buon casting, mettere in campo ciò che di meglio offre il paese, capire come i vecchi contenitori possono essere salvati, immaginare un nuovo contenitore che possa accogliere gli elettori che non si riconoscono in nessuno dei partiti oggi in circolazione. Serve tempo, forse molto tempo, ma così difficile in fondo non è.

 

Al direttore - Salvini e Di Maio inizieranno presto a litigare su quali promesse da marinaio fatte agli italiani non potranno essere mantenute. Quasi nessuna in realtà, perché la coperta è corta e solo governi dal fisico bestiale come quelli di Renzi e Gentiloni, con la sapiente guida economica di Padoan, potevano riuscire nel miracolo di conciliare stabilità e crescita. Nelle prossime settimane partirà l’ormai consueto circo di dichiarazioni contro l’austerità da parte di M5s e Lega, una scusa stantìa per nascondere la mancanza di capacità di governo e sperare di poter fare spese pazze a debito. Spero fortemente che nessuno dall’opposizione, soprattutto a sinistra e soprattutto nel Pd, cada nella loro trappola e si unisca al coro anti austerità. Ogni punto decimale di deficit in più non andrebbe a finanziare nuove misure per la crescita, ma sarebbe immediatamente mangiato dall’aumento dei tassi d’interesse. E questo non perché i mercati siano “stronzi”, ma per l’oggettiva difficoltà italiana ad avere altri soldi in prestito oltre quelli che già raccogliamo annualmente per rifinanziare il nostro enorme debito. Messaggio ad amici e compagni del Pd: governare con poco ma con efficacia si può, dobbiamo sentirci orgogliosi di averlo fatto, altro che errori! Nella scorsa legislatura abbiamo ridotto le tasse a famiglie e imprese, abbiamo promosso incentivi importanti per l’innovazione delle aziende, il reddito di inclusione è finalmente realtà. Prima di quanto pensiamo, il valore dei nostri governi apparirà sempre più chiaro agli italiani, che torneranno a chiederci di assumere la guida del paese.

Gianfranco Librandi

 

Caro Librandi, ma lei è sicuro che se un giorno questo governo dovesse cadere il suo partito sceglierebbe la via delle elezioni alla via di un governo con uno dei due partiti che si trovano oggi in maggioranza? Io, purtroppo, temo che tanto scontato non sia.

 

Al direttore - In Europa c’è un clima da anni Trenta e crescono piccoli Mussolini, come ha affermato il commissario Pierre Moscovici? Ammettiamo pure che abbia esagerato. Ma se l’inquilino del Colle ha avvertito il bisogno di ribadire che nessuno è al di sopra della legge, significa che in Italia c’è qualcuno il quale confonde lo stato di diritto con lo stato di eccezione, Montesquieu con Carl Schmitt. La verità è che non solo nelle crisi economiche e sociali, ma anche nei periodi in cui è più alto il discredito della classe politica nasce l’invocazione dell’uomo forte. E i seguaci dell’uomo forte sono inclini a giustificare qualche “strappo alle regole”, purché serva a difendere il popolo dai nemici interni ed esterni, restituendo al paese ordine, sicurezza, sovranità. “Un uomo forte come Richelieu / ci porterebbe tutti quanti in porto”, è la filastrocca che veniva cantata nelle bettole parigine alla vigilia del colpo di stato del brumaio (dicembre) 1799. A quel primo modello di stampo napoleonico si sarebbero poi ispirati molti dittatori dei vari totalitarismi fioriti nel Novecento. Tuttavia, qualsiasi distinzione si voglia fare in materia di totalitarismo, il contrasto con il liberalismo e con la democrazia rimane irriducibile. Purtroppo, nel tempo presente è un concetto che non sembra emozionare più di tanto la maggioranza degli elettori italiani. Beninteso, il regime parlamentare non è preclusivo rispetto all’idea del “capo”. La sua storia è costellata di capi che hanno riscosso l’ammirazione e la devozione dei loro concittadini. Ma il capo è democratico, come ha osservato il compianto Giuseppe Galasso in un aureo pamphlet (“Liberalismo e democrazia”), solo se inscrive se stesso e la propria azione nella logica e nelle forme della democrazia, non se fa il contrario e inscrive la logica e le forme della democrazia in quelle della propria azione e dei suoi fini. Se si comporta così, che il capo sia denominato duce, führer o semplicemente “capitano”, conta poco. In ultima analisi, l’uomo forte è un mito che riflette sempre una condizione di stallo della vita democratica. A essa si può reagire, parafrasando il titolo di un celebre libro di Albert O. Hirschmann (“Lealtà, defezione, protesta”), denunciandone i rischi o disinteressandosene. C’è però anche una terza possibilità: il silenzio. A ben guardare, il silenzio – per codardia o per convenienza – è la massima espressione di lealtà verso chi detiene il potere, la vera alternativa sia alla defezione sia alla protesta. Ovviamente, ogni riferimento a quei gagliardi costituzionalisti e intellettuali di sinistra che hanno combattuto un’epica quanto assordante battaglia contro la deriva autoritaria del renzismo non è puramente casuale.

Michele Magno

 

Diceva Goebbels che “se si ripete una bugia cento, mille, un milione di volte, diventerà una verità”. Se poi di fronte alle bugie del presente si sceglie di pensare alle bugie del passato, i movimenti 5 Goebbels continueranno a proliferare con grande allegria.

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