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L'Ilva uccisa dai sindacati. I mercati e il voto: viva l'ingerenza

17 Gennaio 2018 alle 06:15

Al direttore - Renzi, suv con la vita.

Giuseppe De Filippi

 


 

Al direttore - Da osservatore acuto, lunedì, lei ha notato un cambiamento nella linea dei sindacati, in particolare nel caso Ilva. Il fatto è che potevano pensarci prima e non farsi intimorire, anni or sono, dagli interventi della procura e dalle campagne mediatiche condotte – forsennatamente – contro una delle più importanti acciaierie d’Europa, nei confronti della quale erano già state adottate, per decreto nella passata legislatura, misure di risanamento industriale e ambientale. Certo non era facile liberarsi della “catena’’ che inviluppa la sinistra politica e sociale quando ci sono di mezzo la magistratura inquirente e gli ambientalisti. Ma l’Ilva ha iniziato a morire da allora.

Giuliano Cazzola

 


 

Al direttore - In un editorialino del Foglio del 16 gennaio si riportano i giudizi pesantemente negativi dati senza distinzioni, in particolare da Citi, su alcuni dei partiti e delle formazioni in competizione nella campagna elettorale (5 stelle, Lega, estrema sinistra). Non entro nel merito delle valutazioni date. Ma mi chiedo se sia accettabile che intermediari bancari e finanziari intervengano in questo modo, addirittura, nel caso specifico, dichiarando di vedere molto favorevolmente la formazione di un Parlamento senza maggioranza. Non ci si dovrebbe fermare all’eventuale coincidenza di giudizi con quel che può piacere in un dato momento, poiché la prossima volta si potrebbero leggere stroncature dello stesso tipo, ma uguali e contrarie, riguardanti cioè altri partiti. Chi gioisce ora sicuramente sarebbe annoverato tra i contestatori dopo. Con ciò si vuol togliere la libertà di parola a questi intermediari? Niente affatto. Ma cosa accadrebbe se soggetti politici usassero lo stesso tipo di valutazioni, molto grossolane e massimamente approssimative, nei riguardi di una banca? Si evocherebbero la stabilità, la tutela del risparmio, i rischi di manipolazione del mercato e quant’altro. Fattori, questi, sicuramente non inventati; ma potrebbero valere di più delle ragioni costituzionali di un confronto elettorale documentato e regolato? Mi rendo conto che è difficile trovare a questa problematica una soluzione; ma già sarebbe un passo avanti non prendere sul serio report di questo tipo. Con i più cordiali saluti.

Angelo De Mattia

Il tema in realtà è ancora più semplice. I mercati votano e i mercati sfiduciano. Vale sempre e vale in particolare per quei paesi che ogni mese devono piazzare il proprio debito pubblico. Sapere cosa pensano i mercati del nostro paese non è un optional e non è un’ingerenza: è un fattore che aiuta a fare chiarezza nella democrazia, dove tutto ha un prezzo, soprattutto le idee portate avanti dai partiti che sfidano il buon senso.

 


 

Al direttore - Mi tocca spendere una parola “in difesa” di Beppe Sala per il quale la procura generale ha chiesto il rinvio a giudizio. Abuso d’ufficio per non aver fatto ricorso alla gara pubblica sulla piastra dei servizi di Expo. La stessa sorte dovrebbe toccare ai giudici che sui fondi Expo giustizia fecero la stessa cosa ricorrendo all’affidamento privato e favorendo di fatto “ditte amiche”. Almeno finora per le toghe c’è stata impunità. Aspettiamo news dalle procure di Venezia e Brescia. Un fascicolo c’è anche a Milano in verità, ma i boatos dicono che va verso l’archiviazione. La mitica procura di Milano… quella che per l’affare Farinetti chiese e ottenne archiviazione su Sala senza nemmeno interrogarlo e consentendo la candidatura a primo cittadino nonostante un conflitto di interessi gigantesco molto più grave delle presunte responsabilità penali.  A firmare l’archiviazione lo stesso giudice che aveva deciso il no alle gare pubbliche per i fondi Expo in tribunale. 

Frank Cimini

 


 

Al direttore - Fosse successo in Italia, avremmo assistito all’immancabile teatrino  di  vesti stracciate e alti lai e contumelie varie rivolte ai voltagabbana, ai servi del potere e alle schiene troppo poco dritte  di turno (vedasi caciara post endorsement di Scalfari a Berlusconi). Ma siccome è successo  in Inghilterra, dove cambiare opinione o averne una anche politicamente scorretta non è (ancora per poco, visto l’andazzo) un reato ma un banalissimo esercizio di pensiero, ecco che l’ultima copertina che l’Economist  ha dedicato al presidente Usa universalmente ritenuto il  puzzone in chief titolando “Is the Trump presidency really this bad?”, ha provocato lo stesso sconquasso di una foglia caduta in un bosco in pieno autunno. Ricordando a tutti, con un’analisi all’insegna del fact checking che senza risparmiare giudizi anche impietosi sull’uomo Trump fa vedere ciò che dovrebbe essere a tutti evidente e che invece, chissà perché, evidente non è, quella che è la regola aurea del giornalismo anglosassone e che tale dovrebbe essere per ogni giornalismo: tenere i fatti separati dalle opinioni. E che in politica come nella vita in generale, più delle chiacchiere, dei tweet, delle narrazioni, della simpatia o antipatia e del carattere di Tizio o Caio, ciò che conta sono, appunto, i fatti. Vivremmo tutti in un posto migliore se  anziché continuare a sacrificarli sull’altare delle nostre  idee li accettassimo  così come sono.

Luca Del Pozzo

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Commenti all'articolo

  • giantrombetta

    17 Gennaio 2018 - 10:10

    Mi sia consentito di rinnovare stima e ammirazione al magnifico Frank Cimini, le cui lettere sono sempre illuminanti, nel senso che gettano luce su ciò che in troppi non sanno, o meglio non vogliono, vedere.

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