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Cattive ragazze

Le “bitches” salutate dalla Colman ai Golden Globe e le “Derry girls” irlandesi della nuova serie Netflix

9 Gennaio 2019 alle 06:00

Cattive ragazze

Un'immagine di Derry girls

Cattive ragazze, come le “bitches” salutate da Olivia Colman (foto sotto) dopo aver conquistato il Golden Globe come migliore attrice comica. Altro svarione perpetrato dai giornalisti della stampa estera a Los Angeles: parrebbe più drammatico regnare sull’Inghilterra di inizio 700, tra guerre e congiure di palazzo, che badare a un marito che si fa bello con gli scritti tuoi, come capita a Glenn Close in “The Wife”. E alzi la mano chi, mentre l’attrice avvolta in una cappa nera afferrava il premio come attrice drammatica, non ha pensato ad “Attrazione fatale” e alla pazza che bolliva il coniglietto pur di strappare Michael Douglas alla legittima consorte. Ai Golden Globes, sezione serie tv, Douglas figlio (Kirk ha compiuto 102 anni a dicembre) è stato premiato come miglior attore attore comico per il “Metodo Kominsky”: così finisce la scappatella coniugale più famosa degli anni Ottanta.

 

 

 

Cattive ragazze, come le “Derry Girls” nella serie scritta da Lisa McGee. Sta su Netflix, ma si capisce lontano un miglio che l’algoritmo c’entra poco, è un prodotto a denominazione d’origine controllata. Siamo in Irlanda del nord, negli anni Novanta: il ponte che devi percorrere per andare a scuola potrebbe saltare per aria ogni momento. Le ragazze, in divisa, frequentano un istituto cattolico. Quasi tutto femminile. Il “quasi” riguarda James, un cugino con il difetto di essere cresciuto fuori dall’Irlanda – quindi è l’unico che parla un inglese comprensibile senza sottotitoli: alla scuola per maschi sarebbe tartassato dai bulli. Naturalmente dalle suore non è previsto per lui neppure un bagno, il contrario di quel che accadeva alla Nasa per le matematiche nere che contribuirono a mandare in orbita le prime navicelle (fa testo il film di Theodor Melfi “Il diritto di contare”).

 

 

Le attrici sono un po’ grandicelle, stentano a sembrare sedicenni. Parlano sporco, con smorfie adolescenziali un po’ caricate, e spaventano le suore – una muore sul posto di lavoro, novantenne, mentre sorveglia le ragazze (e il giovanotto) in punizione. Tra una pisciata nel cestino della carta, un rossetto rubato (intascato dalla sorvegliante), una ragazza che scavalca la finestra per andare al concerto del ragazzo che le piace (cotta unilaterale, si intende, l’invito era collettivo), all’apertura della porta lo spettacolo è raccapricciante.

 

Il resto è working class irlandese, tante patate fritte e tanto merluzzo in pastella. Dove non ci sono i soldi per andare a Parigi in gita scolastica (“i vostri genitori hanno sicuramente soldi da parte per la vostra educazione”, suggerisce una suora, pia illusione sfatata al rientro in casa). La più grassottella digiuna per l’Africa – da un momento all’altro ci aspettiamo la raccolta di carta stagnola per “i bambini meno fortunati”. Sei puntate per la prima stagione, durano mezz’ora come si conviene a una sit-com (siccome siamo in Irlanda, il format non prevede le risate registrate). Sembra passato un secolo, da quando la novità tecnologica era il cordless: “Mi stava chiamando dal bagno” urla la zia che invidia la modernità.

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