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Deliri tv. La nuova serie "Maniac" è troppo confusa

Un caleidoscopio di citazionismo e riferimenti cinematografici. Per fortuna ci sono Emma Stone e Jonah Hill 

31 Ottobre 2018 alle 06:00

Deliri tv

Il regista Cary Joji Fukunaga, l'attrice Emma Stone, lo sceneggiatore Patrick Somerville e l'attore Justin Theroux alla presentazione della serie Netflix "Maniac" (Foto LaPresse)

"Too netflixy" scrive la rivista Wired inventando una nuova parola, utile non solo per "Maniac" ma anche per la svolta artistica (o l’esercizio di stile, a rischio di sbadiglio) tipico di certe serie che molto fanno parlare di sé. A volte più chiacchierate che viste. Il mensile francese CinemaTeaser rende la stessa idea in un altro modo: “‘Maniac’, too much tv?” – dove “tv” – che fino a qualche anno fa era un insulto – sta per ricercatezza spaccacervello. La domanda apre un’intervista a Cary Fukunaga, showrunner della serie con Patrick Somerville.

 

Il primo ha un gran bel curriculum. Un riuscito adattamento di “Jane Eyre” (dal romanzo di Charlotte Brontë, con Mia Wasikowska e Michael Fassbender). "Beasts of No Nation", il film che nel 2015 segnò il debutto di Netflix alla Mostra di Venezia (dal romanzo di Uzodinma Iweala, americano di origine nigeriana). La prima e imperdibile stagione di “True Detective”. Il compare viene da "The Leftovers - Svaniti nel nulla": il 2 per cento della popolazione mondiale scompare senza lasciare traccia, nessuno sa perché.

 

Da una simile coppia non potevamo aspettarci una sit-com. Neppure una serie rispettosa delle regole basilari. Per esempio, che i 10 episodi abbiano tutti uguale durata. Per esempio, che andando avanti le situazioni all’inizio confuse si chiariscano. Per esempio, un genere riconoscibile. Magari un paio di generi mescolati, intrecciati, shakerati. Non un caleidoscopio che alterna fantascienza e noir, fantasy e deliri, spionaggio e citazionismo estremo, un momento Wes Anderson e il momento dopo Federico Fellini. Più tutto quel che viene in mente, e anche tutto quel che non vi viene in mente (se non vi chiamate David Lynch, e se ancora gliene volete per il nuovo “Twin Peaks - Il ritorno”: quel che il critico del New York Times ha celebrato come ”pura poesia televisiva” a noi sembravano interessanti salvaschermi).

 

Per fortuna ci sono Emma Stone (“La La Land”) e Jonah Hill (molto dimagrito, era l’amico grasso di Leonardo DiCaprio in “The Wolf of Wall Street”): bravissimi e credibili, sono i poli d’attrazione quando il puzzle si complica. Vivono a New York, in un futuro imprecisato ma non lontanissimo. In giro ci sono gli Ad Buddy, evoluzione dei cartelloni pubblicitari che un tempo venivano portati in giro dai poveretti che non trovavano altro modo per campare. Propongono bizzarre attività di volontariato, come il Servizio Amici Finti. Lei non ha soldi, si droga e vive in un tugurio. Lui sarebbe ricchissimo, se la famiglia non lo avesse cacciato di casa.

 

Lei – Annie – non riesce a superare un tragico incidente d’auto. Lui – Owen – è piuttosto instabile mentalmente. Si incontrano alla Neberdine Pharmaceuticals & Biotech, che promette di guarire ogni disturbo con tre pilloline – la A per rivivere il trauma, la B per smantellare le difese, la C per accettare il conflitto e perdonarsi (con tanti saluti a Sigmund Freud). La cura consiste in un trip dopo l’altro, con gli elementi che si ricombinano e cambiano genere cinematografico.

 

Christopher Nolan in “Inception” aveva suggerito “l’inconscio è strutturato come un film d’azione”. Fukunaga & Sommerville, prendendo spunto dalla serie norvegese “Maniac” che fa da modello, usano l’intera storia del cinema. Guai però a parlare di parodia, si offendono. Netflix ha accettato il progetto senza discutere. Così deve fare lo spettatore, se vuole divertirsi con i koala viola che giocano a scacchi. E con i dottori più matti dei pazienti: leggono poesie d’amore al computer Gertie, tutto rosa e quindi femmina.

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