Made in Japan

I dodici episodi di “Million Yen Women” esercitano lo stesso fascino di Haruki Murakami

31 Gennaio 2018 alle 06:05

Made in Japan

In attesa che arrivi il prossimo gigantesco romanzo di Haruki Murakami – “L’assassinio del commendatore”, lo hanno diviso in due volumi ma chi ha letto “1Q84” sa che possono filare via veloci – abbiamo tempo per una visita al Giappone di “Million Yen Women” (su Netflix, come ormai quasi tutto; va detto per correttezza che non hanno mai tentato di corromperci, a malapena riceviamo i comunicati stampa).

   

Va ricordato che nei ritagli di tempo lo scrittore-maratoneta famoso per “Kafka sulla spiaggia” e per “L’uccello che girava le viti del mondo” (versione giapponese della nostra gazza ladra, le note di Gioacchino Rossini si ascoltano in apertura di romanzo) ha completato la traduzione in giapponese dei sette romanzi di Raymond Chandler. Per essere precisi: ha completato “la seconda traduzione giapponese” dei romanzi di Raymond Chandler: Haruki Murakami sostiene di prestare attenzione soprattutto all’aspetto letterario, mentre il traduttore rivale sarebbe più interessato alla detective story. Tra esotismo e differenze inconciliabili si collocano le donne da un milione di yen.

   

I dodici episodi di “Million Yen Women” esercitano lo stesso fascino di Haruki Murakami. C’è un villaggio tutto di gatti? Nel cielo di un universo parallelo splendono due lune? Nessuno riesce mai a portarsi a letto chi vorrebbe, ma scopa distrattamente con chi passa di lì? “Grazie, posso farne a meno”, vien da dire. Poi si cominciano a leggere le prime pagine e si viene risucchiati. A dispetto delle ripetizioni – che in “1Q84” non si contano, e delle ruberie (a “Uomini che odiano le donne”, per esempio, solo che qui la vendicatrice veste molto chic).

   

Cinque belle ragazze si presentano a casa di Shin, dopo aver ricevuto regolare invito da non si sa chi. Portano in dote una mazzetta da un milione di yen (circa 7.400 yen): serve per il vitto e l’alloggio, a scadenza mensile. Shin non le ha mai viste prima, le signorine sono tutte piuttosto bizzarre: una ha l’abitudine di stare sempre nuda, un’altra è una studentessa ricattata da un compagno di scuola punk. Le restanti si sveleranno via via, legate per lo più al pop made in Japan (e sono immediatamente riconoscibili, non come in certi film giapponesi da festival dove i personaggi si distinguono a fatica). Lui cucina per tutte, anche per un micio che si aggiunge alla compagnia (chiamato soltanto “Gatto” come il marmalade cat di Holly Golightly in “Colazione da Tiffany”). Un fax assai rumoroso poggiato su una cassettiera sputa minacce di morte. Nessuno sembra farci troppo caso, tranne lo spettatore.

   

Scopriamo che Shin fa lo scrittore – e di cognome si chiama Michima. Nei suoi romanzi nessuno muore mai (anche in “1Q84” di Murakami c’era un romanzo nel romanzo, che valutato dall’editor aveva gli stessi difetti – o lo stesso stile – del romanzo che lo conteneva). Colpa di un trauma: il padre cinque anni prima gli ha ammazzato la madre, assieme al di lei amante e a un poliziotto che si era messo di mezzo. Per questo ancora adesso porta la frangia nera raso occhi, e sembra tormentato (anche tenendo conto che i giapponesi non esprimono in pubblico e loro paturnie, qualcosa si intuisce).

  

Entra il critico antipatico. Premia il libro del rivale e distrugge il lavoro di Shin, che assiste al massacro presente e futuro: “Non ha idea di cosa sia un romanzo, figuriamoci se ne scriverà mai uno”. Il Giappone è diverso da noi, i letterati sono spaventosamente simili. Per esempio, Haruki Murakami fu accusato di scrivere in un giapponese “di plastica” che pareva tradotto dall’inglese.

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