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Cosa c'è dietro alle procedure europee contro Polonia e Ungheria

E' la prima volta che in Europa si stabiliscono non solo princìpi comuni che riguardano materie appartenenti alla sovranità degli stati, ma anche i modi per spingere dall’alto gli stati a rispettare tali principi

2 Ottobre 2018 alle 10:20

Cosa c'è dietro alle procedure europee contro Polonia e Ungheria

Foto LaPresse

Professor Sabino Cassese, il Monde del 19 settembre scorso titolava: “Voto storico del Parlamento europeo”. Che succede?

L’Unione sta dando attuazione agli articoli 2 e 7 del trattato sull’Unione europea: il primo indica i valori comuni, il secondo le procedure per farli rispettare. Le procedure sono due.

 

Nei confronti della Polonia e nei confronti dell’Ungheria.

Partiamo dall’ultima. La Commissione europea ha deferito la Polonia alla Corte di giustizia per violazione dell’indipendenza dei giudici, chiedendo anche di adottare misure cautelari. La Polonia ha abbassato da 70 a 65 anni l’età della pensione per i giudici della Corte suprema, per cui 27 dei 72 giudici, compreso il presidente, dovrebbero lasciare. Possono chiedere una proroga di tre anni, ma la concessione è discrezionale. Vi provvede il presidente della Repubblica, decidendo con piena discrezionalità, salvo parere non vincolante del Consiglio nazionale della magistratura. La Commissione ritiene che così siano violati l’art. 19.1 del trattato e l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione. Il 2 luglio ha messo in mora la Polonia. Il 14 agosto ha adottato un parere motivato (una diffida). Le risposte non sono state soddisfacenti. Ha quindi deciso che l’indipendenza è fondamentale per la cooperazione giudiziaria e per il rinvio pregiudiziale in base all’art. 267 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea. In sostanza, ha sostenuto che l’indipendenza dei giudici non è solo un affare interno di ogni nazione perché la cooperazione giudiziaria in ambito europeo ne è influenzata.

 

L’altra procedura, quella nei confronti dell’Ungheria?

Questa, a differenza della prima, ha visto come protagonista il Parlamento europeo, ed è questa la procedura alla quale si riferiva il Monde. Il 12 settembre, con una maggioranza di due terzi, il Parlamento ha raccomandato al Consiglio di attivare la procedura dell’art. 7 del Trattato per il rischio di una violazione grave dei princìpi dello stato di diritto. Una procedura di questo tipo è stata attivata finora nei confronti della Polonia e può arrivare a privare del diritto di voto nel Consiglio il paese colpito. L’Ungheria è accusata dal Parlamento europeo di una lunga serie di violazioni, riguardanti il sistema costituzionale e elettorale, l’indipendenza e i diritti dei giudici, corruzione e conflitti di interessi, privacy, libertà di espressione, di associazione, religiosa, accademica, diritto di eguaglianza, diritti delle minoranze e dei migranti, diritti economici e sociali. Il Parlamento europeo è stato accusato di intervenire in ritardo (Orbán dal 2010 ha promosso norme illiberali) e senza possibilità di reale incidenza (è necessaria una maggioranza di quattro quinti e l’unanimità nel Consiglio, per fare il primo passo e poi per completare la procedura).

 

Capisco le difficoltà. Dove sta l’importanza di queste procedure?

Sono procedure che hanno due debolezze. La prima riguarda il carattere non sistematico delle verifiche del rispetto dei princìpi comuni e condivisi di libertà e democrazia. La seconda, invece, discende dal fatto che queste procedure sono nelle mani dei governi nazionali, che possono porre il veto. Tuttavia, è la prima volta che in Europa si stabiliscono non solo princìpi comuni che riguardano materie considerate come appartenenti alla sovranità degli stati, ma anche i modi per spingere dall’alto gli stati a rispettare tali principi.

 

Che dispone l’art. 2?

Eccolo: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’eguaglianza, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità donne e uomini”. Che cosa vuol dire? Dove sta la sua importanza? Nell’aver stabilito valori comuni, valori che non attengono alla materia dell’economia, ma riguardano il cuore dello stato, come diritti individuali, democrazia, stato di diritto.

 

Ma Orbán ha protestato, lamentando una ingerenza dell’Unione, una interferenza con uno stato sovrano, in violazione del principio di democrazia, perché le leggi impugnate dall’Unione europea sono state democraticamente approvate dal Parlamento ungherese.

Qui sta il primo dei problemi sollevati da queste procedure. E’ più importante il rispetto del diritto di autodeterminazione dei popoli, oppure la salvaguardia dei principi comuni? Rispondo: non dovrebbero prevalere questi ultimi, visto che l’Ungheria ha sottoscritto il Trattato?

 

E gli altri problemi?

Perché vogliamo che l’Unione intervenga in casi di questo tipo? Perché c’è un interesse comune al rispetto dello stato di diritto, dei diritti individuali e della democrazia da parte di altri stati? La mia risposta è la seguente: perché c’è un interesse comune ad avere vicini rispettosi di questi valori: più quei princìpi vengono rispettati, ad esempio, meno probabile è che scoppino guerre. C’è quindi un interesse collettivo e un interesse egoistico, ambedue molto importanti, da far valere. Infatti, come avrà notato, l’Unione fa valere anche la cooperazione giudiziaria, che sarebbe influenzata dal fatto che in un paese vi sia un sistema giudiziario non indipendente, che squilibrerebbe l’equilibrio tra i poteri.

 

Continui, continui.

Il terzo problema deriva dalla latitudine di quei valori e princìpi. Democrazia: quale tipo di democrazia? Stato di diritto: come si deve intendere questa espressione (che è diversa nelle diverse lingue: ad esempio, in inglese, è “rule of law”)? Anche qui ho una risposta. Questi princìpi hanno declinazioni diverse, ma c’è un nocciolo comune. E’ questo che va rispettato. Ci penserà la Corte di giustizia a identificare quel nocciolo comune.

 

Può immaginare l’ultima domanda: queste “interferenze” non sono antistoriche, negli anni in cui domina il sovranismo?

Proprio ora, invece, sono utili. Servono a spiegare a chi mitizza la globalizzazione e a chi mitizza lo stato che ambedue i punti di vista sono sbagliati. La globalizzazione è servita anche a rafforzare gli stati, perché ha consentito loro di assumere compiti che non avrebbero potuto svolgere. Dall’altra parte, gli stati, proprio perché si uniscono ad altri stati, debbono rispettare le regole dei più larghi “condomini”. Alla base di tutto vi è una crescente interdipendenza, che costringe a collaborare. Pensi agli effetti multilaterali dell’azione unilaterale di Trump nel settore siderurgico.

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