Un cambio di regime?

Che cosa salvare del voto di domenica e cosa guardare per capire dove andranno i populisti. Parla il professor Sabino Cassese

6 Marzo 2018 alle 11:16

Un cambio di regime?

Manifesti elettorali della Lega (foto LaPresse)

Professor Cassese, dalle elezioni del 4 marzo è uscito un cambio di regime?

 

Attento a queste enfatizzazioni. Tenga conto che stiamo lentamente uscendo da una crisi economica decennale e che per ora conosciamo i voti, non ancora la distribuzione dei seggi.

 

Con queste cautele, qual è la sua valutazione?

 

Comincio col dire che abbiamo fatto un’altra prova di democrazia rappresentativa: vi sono state elezioni, si sono svolte in un clima tranquillo, con ordine e in piena libertà. Non dimentichiamo questi dati essenziali. E non dimentichiamo un secondo dato importante: le esigenze di rappresentatività sono salvaguardate: partecipazione elettorale di tre quarti degli aventi diritto, larga offerta politica (anche se fin troppe liste).

 

Insomma, un quadro tutto positivo

 

Non corra. Vediamo l’altro lato della medaglia. Primo: da queste elezioni emerge un’Italia disunita, divisa in due o forse tre parti. Ci portiamo appresso la questione meridionale, che non abbiamo risolto in un secolo e mezzo di storia unitaria, e che si riflette nelle preferenze elettorali. Secondo: le forze antieuropee sono in maggioranza, anche se non unite e anche se il loro antieuropeismo non giunge fino all’estremo britannico. Terzo: la governabilità. Il grande storico Fernand Braudel parlava dell’Italia come di un territorio “irto di città”. Ora è irto di forze politiche frammentate. Quarto: la volatilità dell’elettorato. Ma la cosiddetta Seconda Repubblica ci ha abituato all’alternanza. Si sono seguiti Prodi, D’Alema, Amato, poi Berlusconi II e III, poi Prodi II, poi Berlusconi IV, infine Monti, Letta, Renzi, Gentiloni. Quinto: le capacità gestionali. Dopo l’esperimento disastroso di Roma, si sa quel che costa un’amministrazione inesistente.

 

Ora non corra lei. Cominciamo dalla frammentazione, che produce ingovernabilità

 

Qui dobbiamo fare i conti con la nostra società. In questo ci aiuta il quadro di De Rita, che ha messo insieme, con un saggio iniziale, cinquant’anni di giudizi sulle strutture economico-sociali, senza numeri, ma con grande vivacità espressiva (Dappertutto e rasoterra. Cinquant’anni di storia della società italiana è il titolo del volume, pubblicato da Mondadori). Una società con una dinamica orizzontale, localistica, molecolare, dove i soggetti si moltiplicano, che si muove lentamente, come quella che descrive De Rita, può avere una politica coesa, capacità di aggregazione, tendenza a cooperare? C’è da chiedersi, forze nuove e in parte improvvisate, come Lega e 5 stelle riempiono uno spazio vuoto o fanno esse stesse il vuoto? La crisi politica è prodotta dal populismo, oppure quest’ultimo non fa che accentuare una crisi politica in atto? Se – come osservato da tempo da Yves Meny e di recente da Ilvo Diamanti e Marc Lazar nel loro volume, appena uscito, Popolocrazia (Laterza) – i vari populismi raramente sono andati al potere, ma spesso hanno influenzato con i loro programmi le altre forze politiche, quanta responsabilità di questo stato di cose hanno i partiti tradizionali che hanno sposato slogan populistici (tetti agli stipendi, no ai vitalizi, tasse piatte, e così via) e quanta ne hanno media e intellettuali che hanno continuato ad accusare e lamentare senza proporre?

 

Che fare ora? Che succederà?

 

Consiglio di partire da Stendhal… Non si meravigli. C’è un passaggio della “Certosa di Parma” dove il conte Mosca osserva che “la politica non è una lotta del bene contro il male, ma una scelta tra il preferibile e il detestabile”. Molti “homines novi” entreranno in Parlamento (immagino, valutando quel che sappiamo dalle liste elettorali, che ci sarà un ricambio tra il 60 e il 70 per cento). Scopriranno quel che diceva Guido Gonella, un democristiano che è stato a lungo in Parlamento e al governo, che il lavoro parlamentare è ozio senza riposo e fatica senza lavoro. Si renderanno conto che la “fine del professionismo politico come carriera di élite” (sono parole di un acuto scienziato politico, Mauro Calise) ha alti costi e rischia di “alimentare la malattia che ci si era illusi di guarire” (sono ancora parole di Calise). Il trionfo dell’anti establishment imporrà al trionfatore costi molto alti di apprendimento, senza pagare i quali non si può governare e amministrare, perché la barca dello stato non cammina da sola. Richiederà corsi aggiornati sulla democrazia, che è fatta anche di procedure e sequenze, che non si possono saltare a piacimento.

 

Non eviti la domanda: lei come giudica questo cambiamento?

 

Sono stupito da una contraddizione. Il 60 per cento dell’elettorato fu contrario nel dicembre 2016 alla modificazione della Costituzione. Ora circa il 50 per cento è composto di forze che pongono in dubbio uno dei cardini della Costituzione, cioè la democrazia rappresentativa: dicendo di voler dare più voce al popolo, depauperano, non arricchiscono la democrazia, perché quest’ultima è fatta anche di tensioni tra classe dirigente-base popolare, di contropoteri, di bilanciamenti, di separazione dei poteri.

 

Che prevede sul breve periodo?

 

Non faccio previsioni, ma analisi. Ogni governo governa con le leggi dei governi precedenti, perché è in grado di cambiare e di tradurre in pratica effettiva solo una piccolissima parte del patrimonio di decisioni normative esistenti. In più, l’Italia non ha la forza di Trump, che si può permettere di tirarsi indietro da trattati internazionali, deve rispettare gli accordi sottoscritti. Infine, sono fiducioso nelle possibilità di successo dell’auspicio di Mauro Calise e di Biagio De Giovanni, che hanno invocato recentemente sul Mattino la “forza della ragione”. Oso sperare che non ci si trovi di nuovo in una fase di passaggio come quella criticata da Luigi Sturzo, “quando la politica divenne arte senza pensiero”.

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