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Gli ebrei britannici alzano la voce

Cambia la comunità con l’antisemitismo del Labour, ma è cambiato anche il clima politico. L'articolo di Ben Judah sull’Atlantic  

13 Agosto 2018 alle 10:06

Gli ebrei britannici alzano la voce

Foto LaPresse

“Qualche volta penso di non riconoscere più gli ebrei britannici”, scrive Ben Judah sull’Atlantic. “Per decenni la mia comunità è rimasta in silenzio, guardinga, trattenuta nel mettersi sotto gli occhi di tutti. Ma la scorsa settimana vedendo gli ebrei britannici protestare contro l’antisemitismo del Partito laburista di Jeremy Corbyn mi sono dato un pizzicotto per crederci. Erano davvero ebrei britannici quelli: pubblicamente furiosi, indignati, che sfogavano la loro paura e il loro disgusto mentre affrontavano quello che potrebbe ben essere il prossimo governo britannico? Ero basito, perché crescendo non avevo mai avvertito quell’orgoglio, o quel coraggio. Da dove veniva questa ritrovata combattività? Non era così una volta. Niente riassumeva meglio l’essere un ebreo britannico delle lettere che il giornalista Chaim Bermant diceva ricevere il Jewish Chronicle ogni volta che facevano passare l’annuale graduatoria di quelli come noi messi orgogliosamente in prima pagina. Non appena andavano in stampa, erano subissati dalle lamentele: di signori, signore, membri stimati del Parlamento i quali insistevano che no, loro in realtà non erano ebrei. Mi sono vergognato quella volta che Clement Freud, nipote di Sigmund, mandò una rettifica al giornale puntualizzando con una certa veemenza che dal giorno del suo matrimonio lui era di fatto un anglicano, e non più un ebreo.

   

Ogni tanto desideravo essere un altro tipo di ebreo: un americano, un israeliano, magari un iracheno come i miei antenati, perché almeno essi sapevano come esserne fieri. Perché gli ebrei britannici sussurravano sempre quando usavano la parola ebreo in pubblico.

 

Ma ora non sussurrano più. Lo scalpore suscitato dall’antisemitismo del Partito laburista di Corbyn ha galvanizzato la comunità. In marzo, centinaia di ebrei britannici hanno manifestato, con 24 ore di preavviso, contro l’antisemitismo del Partito laburista. Avvocati e banchieri, uomini tranquilli in giacca e cravatta davanti al Parlamento di Westminster hanno gridato: ‘Dayenu’. Ora basta. Le organizzazioni che guidano la comunità, il Jewish Leadership Council e il Board of Deputies, hanno respinto il ramoscello d’ulivo rinsecchito che Corbyn aveva offerto loro nei colloqui d’aprile. Due settimane fa, il movimento degli ebrei laburisti, affiliato al Partito laburista, ha compiuto una missione che sembrava impossibile. E’ riuscito a far sottoscrivere da 68 rabbini britannici – molti dei quali nemmeno si riconoscono reciprocamente il titolo di rabbino – una lettera che condanna il partito per aver ‘ignorato la comunità ebraica’. La scintilla per quest’ultima ribellione è stata la riscrittura che il Partito laburista ha fatto del proprio codice di condotta rispetto all’antisemitismo. Piuttosto che lavorare con la definizione stabilita dall’Associazione internazionale per la memoria dell’Olocausto (Ihra) e largamente condivisa, ha adottato un suo proprio codice annacquato […].

  

Il punto cruciale in tutto questo è stato inevitabilmente Israele. Il nuovo codice del Labour consente di fatto l’equiparazione tra Israele e i nazisti. I più radicali intorno a Corbyn, come il responsabile della strategia, Seamus Milne, sono convinti che il vecchio codice dell’Ihra possa mettere a tacere coloro che desiderano mostrare la vera natura dello stato di Israele. Al contrario, molti nella comunità ebraica ritengono che proprio questo tipo di critica sia il disgustoso virus dell’antisemitismo. E, interrompendo la loro tradizionale discrezione, hanno voluto dirlo così, ad alta voce.

  

L’altra settimana, i tre principali giornali della comunità ebraica sono usciti con un editoriale comune, fatto senza precedenti, intitolato ‘United we stand’. Descriveva un eventuale governo Corbyn come una ‘minaccia esistenziale’ per gli ebrei in Gran Bretagna. […] Improvvisamente, però, ho sentito la mancanza dei vecchi ebrei e della loro diffidenza. Dopo aver visto stampate le parole ‘minaccia esistenziale’, ho alzato le mani. Perché, avendo preso sulle proprie spalle il compito delicato di parlare a nome della comunità ebraica, su qualcosa di scivoloso come l’antisemitismo, dove parole specifiche vogliono dire tutto, i giornali della comunità diffondevano nel mondo parole come ‘minaccia esistenziale’, come se non significassero niente.

  

Una volta gli ebrei britannici non avrebbero diffuso sinonimi di genocidio con tale noncuranza e in un momento delicato e importante come questo. E questo mi colpisce. Ciò che è cambiato non è tanto la comunità, quanto la politica britannica. Questo è la Gran Bretagna della Brexit. Un paese conosciuto per la sua moderazione ha improvvisamente scoperto l’estremismo. Qualcosa di veramente importante è cambiato. Gli avversari politici ora sono ‘traditori’. I giudici che scrivono regole indesiderate ‘nemici del popolo’. […] Gli scozzesi e gli inglesi, così a lungo orgogliosi della loro cultura politica, radicalizzati da due referendum si sono lasciati scivolare in una politica tra le più emotive d’Europa. E questo include anche gli ebrei.

  

La retorica dell’antisemitismo si rispecchia nel populismo e nella demagogia, nel lento dispiegarsi di un linguaggio catastrofico che ha preso il sopravvento in Gran Bretagna.

  

La comunità ebraica non è più così educata. Ora vediamo titoli di fuoco, ebrei di sinistra e pro Corbyn definiti traditori. Il problema dell’antisemitismo nel Labour di Corbyn è grave e reale, ma definirlo una ‘minaccia esistenziale‘ fa un torto alle molte vere minacce esistenziali che hanno affrontato gli ebrei, oggi e nel corso della storia. […]

  

Quello che ho capito è che non sono gli ebrei britannici di una volta a mancarmi, ma la Gran Bretagna di una volta. Un paese in cui il discorso politico era misurato e proporzionato, a volte futile persino. Dove nessun dibattito pubblico si trasformava in panico esistenziale e in una dichiarazione di guerra. Quello che mi manca, nella febbrile Gran Bretagna di oggi, è l’impassibilità”.

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