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È tabù parlare di immigrazione?

Delsol contro il manicheismo che rifiuta ogni discussione

20 Agosto 2018 alle 11:22

È tabù parlare di immigrazione?

Il premier ungherese Viktor Orbán (Foto LaPresse)

"Piuttosto che negare la realtà della crisi migratoria, i nostri leader dovrebbero creare il quadro per un dialogo pacifico”, sostiene la filosofa Chantal Delsol. “I paesi dell’Europa centrale hanno recentemente sviluppato le loro opinioni sulla questione dell’immigrazione. E’ un peccato che siano stati trattati da barbari. Impossibile in Europa occidentale avere un dibattito sull’immigrazione, perché è ammessa una sola affermazione: l’obbligo morale che abbiamo, come cultura umanista, di accogliere i poveri che bussano alla nostra porta. Moderare questa affermazione o metterla in discussione non è politicamente corretto. I nostri governanti, Macron o Merkel, limitano l’apertura solo con lo scopo dichiarato di evitare l’aumento delle correnti populiste. Ciò che manca qui, sulla questione più critica dalla Seconda guerra mondiale, è la possibilità di un dibattito. Viktor Orbán ne ha parlato il 16 giugno in occasione dell’anniversario della morte di Helmut Kohl. Fa appello a uno dei simboli più importanti nella cultura dell’Europa centrale: il baluardo della cristianità. Questi paesi erano, infatti, nella storia, quelli che fermarono le invasioni barbariche e, a causa della loro posizione geografica, che proteggono l’Europa occidentale. Orbán mette in relazione queste vecchie situazioni e suggerisce che la beneficenza è aiutare lo sviluppo piuttosto che aprire le porte. La tesi è discutibile: gli aiuti allo sviluppo agiscono a lungo termine, ma il problema è a brevissimo termine. Può una folla di poveri, richiedenti asilo, essere paragonate alle invasioni barbariche? Ma, infine, l’opinione occidentale parla solo con se stessa e quindi non discute. Inoltre, non sa nemmeno quale sia il ‘baluardo della cristianità’ e non vuole saperlo.

 

C’è stato un costante tentativo di far credere al pubblico che la popolazione migratoria consistesse di medici e accademici cacciati dalle dittature. Un evento molto serio come gli stupri a Colonia è stato trattato dai governi con sorprendente leggerezza. Per molto tempo è stato impossibile parlare della differenza tra migranti politici e migranti economici, l’idea stessa di ‘smistamento’ è stata immediatamente, con un paragone vergognoso, assimilata a una memoria sinistra. I rifugiati accolti sono invitati ad adottare la cultura del paese ospitante? Senza osare difendere sempre apertamente il multiculturalismo, i nostri leader non osano prendere misure positive di integrazione. La sinistra filo-islam che si sta sviluppando tra le nostre élite è diventata una esperta nel promuovere culture che sono state accolte a scapito della nostra, senza voler ammettere che stanno distruggendo proprio ciò che ha legittimato l’accoglienza. Fare una critica ai rifugiati è considerato inaccettabile. Dobbiamo aprire la porta, ma non dobbiamo permettere ai nostri ospiti di snaturare la nostra cultura. Dire che sarà più difficile per i musulmani che per noi vivere in società aperte è ciò che tutti sanno e vedono. Le culture hanno certe caratteristiche. Non è un caso che l’Islam significhi sottomissione, mentre Israele significa ‘uno che è stato forte contro Dio’”.

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