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Contro l'élite ugualitaria

Un tempo l'aristocrazia era fiera di essere superiore. Oggi i ceti più alti tramandano i privilegi in nome dell'"inclusione". E' la vera crisi liberale

19 Marzo 2018 alle 10:02

Contro l'élite ugualitaria

Versailles, 5 maggio 1789, apertura degli Stati Generali. Auguste Couder, olio su tela, 1839 (foto via Wikipedia)

Durante uno dei momenti più infami nella ‘Repubblica’ di Platone, Socrate suggerisce che la città ideale ha bisogno di un mito fondatore, ciò che lui chiama ‘una nobile bugia’, per garantirne il successo” scrive su First Things Patrick J. Deneen, autore di “Why Liberalism Failed”, uno dei libri di cui più si parla in queste settimane in America.

 

“Il mito ha due parti. La prima riguarda il fatto che ogni persona nella città proviene dalla stessa madre, e quindi incoraggia la fede in un’origine comune e la parentela di tutti i cittadini che vivono in città. La seconda riferisce che ogni persona appartiene dalla nascita a una particolare classe basata su talenti e abilità, indicata da un metallo: l’oro per la classe dirigente; l’argento per ministri, soldati e servi di alto rango; bronzo e ferro per i lavoratori. Socrate sostiene che entrambe le parti del mito devono essere credute da tutti i cittadini affinché la città abbia successo.

 

Il mito cerca contemporaneamente di unire e di differenziare, di spiegare ciò che è comune e distinto, di promuovere il patriottismo civico in mezzo a differenze significative. La prima parte incoraggia l’impegno civico, il sacrificio condiviso e la credenza in un bene comune. Il secondo giustifica l’esistenza della disuguaglianza come caratteristica permanente della società umana. Quando espongo la ‘nobile bugia’ agli studenti delle mie classi, questi si inalberano, come Socrate aveva predetto che avrebbero fatto. Non amano l’idea che la politica giusta debba essere basata su un inganno. Ma ciò che li irrita ancora di più è il suggerimento che la città giusta debba essere basata sulla disuguaglianza.

 

Da buoni cittadini democratici liberali, non amano molto il suggerimento che la disuguaglianza possa essere perpetuata come una questione di diritto di nascita. In vent’anni di insegnamento a Princeton, Georgetown e Notre Dame, non riesco a ricordare un solo studente che consideri il mito come qualcosa di non preoccupante. La maggior parte lo trova ripugnante. Gli studenti della élite di oggi tendono a concentrarsi sulle affermazioni del mito sulla disuguaglianza perpetua e generazionale come la parte più discutibile del mito.

 

La comune parentela sembra non problematica e anche poco interessante. Cosa spiega l’apparente rovesciamento nello scandalo e nella resistenza della classe dominante nella nostra epoca? I campus universitari d’élite sono focolai di attivismo contro l’ineguaglianza, specialmente se riguardano la razza, il genere, la disabilità e l’orientamento sessuale. La classe dominante nega di essere un’élite che si autoalimenta e che non solo ha ereditato certi vantaggi ma che cerca anche di trasmetterli. Per mascherare questo fatto, si descrivono come l’avanguardia dell’uguaglianza, negando in effetti il loro stesso status elevato e le deleterie conseguenze della loro perpetuazione di un divario di classe che ha lasciato i loro compatrioti meno fortunati in una condizione terribile e pericolosa.

 

In effetti, si è tentati di concludere che la loro insistente difesa dell’uguaglianza è un modo per liberarsi da ogni vero dovere verso le classi inferiori che sono sempre più lontano dalla loro vista e dalla loro mente.

Fino a quando il liberalismo
fu corretto e persino governato dal cristianesimo
fu possibile un contratto sociale funzionante

Poiché ripudiano la disuguaglianza, non hanno bisogno di considerarsi consapevoli di essere una classe dirigente. Negando di essere profondamente interessati a mantenere la loro posizione di élite, presumono facilmente di credere nella comune affinità, purché la loro posizione non sia minacciata. La parte della ‘nobile bugia’ che un tempo avrebbe sconvolto le élite – la pretesa di una comune parentela – è irrilevante; invece, resistono alla parte inegualitaria del mito. Sono le élite che sembrano più inclini alla condizione di ‘falsa coscienza’. Gli ‘obblighi della nobiltà’ fornivano una certa misura di legittimità al vecchio ordine aristocratico. Permettevano alla classe dominante di affermare che le loro azioni non erano meramente egoistiche, ma piuttosto sostenevano l’intera comunità, specialmente i poveri e gli impotenti. L’immagine del cavaliere errante che veniva in soccorso della fanciulla in difficoltà era una rappresentazione romantica e drammatica di un’etica molto più ampia, quella della forte protezione e difesa dei deboli.

 

L’ancien régime fu rovesciato perché la maggior parte delle persone smise di credere alla sua presunzione. La leggenda e la storia hanno sempre riflettuto su questo; nei romanzi arturiani la tavola rotonda è distrutta dall’interno. Possiamo essere pronti ad ammettere che c’era un divario tra l’etica dichiarata di noblesse oblige e le azioni reali della nobiltà dell’ancien régime. Ma, proprio come coloro che davano per scontata la naturalezza degli assetti politici durante l’età medievale, le élite di oggi raramente sottopongono allo stesso scetticismo le loro giustificazioni meritocratiche in merito al loro status e alla loro posizione.

 

La rivolta populista

 

Mentre le élite possono soffrire di cecità auto-inflitta per la natura della loro posizione, il resto della società vede chiaramente quello che stanno facendo. La rivolta tra le classi lavoratrici di tutto l’occidente sviluppato nasce da una percezione di illegittimità e di una lacuna tra le rivendicazioni della classe dominante e la realtà vissuta da coloro che ne sono governati.

 

Queste ribellioni populiste rappresentano una sfida all’ordine liberale stesso. La nostra classe dominante è più ostentata di quella dell’ancien régime. A differenza degli antichi aristocratici, essi proclamano ad alta voce la propria virtù e raddoppiano il loro impegno per la diversità e l’inclusione.

Oggi, la celebrazione della diversità finisce per servire da maschera per il potere e la disuguaglianza. Finirà in una guerra di tutti contro tutti

L’ideologia meritocratica camuffa il ruolo di classe dominante nel perpetuare la disuguaglianza e promuove persino un’ecologia sociale più ampia in cui coloro che non appartengono alla classe dirigente soffrono di una serie di patologie sociali ed economiche che sono sempre più la caratteristica distintiva della sottoclasse americana. Le campagne per l’uguaglianza che si concentrano sull’inclusione dei gruppi di identità piuttosto che sul divario di classe perpetuano una straordinaria mancanza di curiosità sulla complicità in un sistema che garantisce lo status di élite attraverso le generazioni.

 

Diversità e inclusione si inseriscono perfettamente nella struttura meritocratica, lasciando saldamente in piedi la struttura del nuovo ordine aristocratico. Questo aiuta a spiegare la strana e spesso isterica insistenza sull’uguaglianza emanata dalle istituzioni più esclusive e d’élite della nostra nazione. Gli impegni esplicitamente propagandistici su equità, inclusione e diversità non nascondono solo l’elitarismo istituzionale. Implicano che chiunque non sia incluso merita il suo status inferiore”.

 

Divario liberalismo-cristianesimo

 

Deneen sostiene che qui nasce il fallimento del liberalismo, perché “mette l’accento sui diritti individuali e sulla libertà, promettendo che se ci impegniamo in un progetto comune di costruzione di una società liberale, le nostre differenze distinte e spesso inconciliabili saranno protette. Il liberalismo afferma l’unità politica come mezzo per assicurare le nostre differenze private”. La cristianità è stata l’altra corrente. “Si avvicina alla domanda dalla prospettiva opposta, comprendendo le nostre differenze per servire un’unità più profonda. Questo è il messaggio clamoroso di san Paolo nei capitoli 12-13 del Primo libro dei Corinzi. Lì, Paolo chiama i cristiani litigiosi di Corinto per capire che i loro doni non sono per la gloria di una particolare persona o classe di persone, ma per il corpo nel suo complesso. Fino a quando il liberalismo fu corretto e persino governato dal cristianesimo fu possibile un contratto sociale funzionante. Per il cristianesimo, la differenza è ordinata verso l’unità.

 

L’unità e le differenze

 

Per il liberalismo, l’unità è valutata nella misura in cui promuove la differenza. L’esperimento americano ha mescolato e confuso queste due interpretazioni, ma è sembrato vitale per quasi 250 anni. Il recente forte declino della fede religiosa e delle norme morali cristiane è considerato da molti come il trionfo del liberalismo, e così, in un certo senso, lo è. Oggi la nostra unità è compresa quasi interamente alla luce delle nostre differenze. Oggi, la celebrazione della diversità finisce per servire da maschera per il potere e la disuguaglianza. In questo accordo, prevale il linguaggio dei diritti. Dopo più di due secoli, non possiamo più affermare la compatibilità del cristianesimo e del liberalismo.

 

Il liberalismo è ascendente, ma la sua sarà una vittoria di Pirro. Una società esclusivamente basata sulla differenziazione individuale finirà in una guerra di tutti contro tutti. Lo stato della natura non si trova in un passato immaginario; è chiaramente visibile in un futuro prossimo e fin troppo reale. I nuovi aristocratici credono di aver trasceso il bisogno del cristianesimo, che considerano un mito non meno menzognero della nobile bugia di Platone. Credono che, dissipando i vecchi miti, possano diventare l’avanguardia di una società sempre più equa. Le élite denunciano i ‘populisti’ mentre negano di aver fomentato una guerra di classe. Siamo in un territorio inesplorato.

 

Il liberalismo è coesistito con il cristianesimo per tutta la sua storia, con il cristianesimo che attenuava i confini più duri della filosofia politica regnante, sostenendo forme e pratiche che richiedevano alle élite il riconoscimento del loro status elevato, e quindi responsabilità e doveri corrispondenti a quelli meno fortunati. Il liberalismo ha raggiunto il suo obiettivo di svuotare la piazza pubblica dei vecchi dèi, lasciando un aspro spazio di contestazione tra disuguali che non vedono più alcuna comunanza. Se quella piazza possa essere riempita da una nuova concezione che ci indica un’origine e una destinazione comune, o se debba essere semplicemente dominata da chiunque dimostri di essere il più forte, è la prova della nostra epoca”.

 

(traduzione di Giulio Meotti)

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Commenti all'articolo

  • paolo.ciafardoni@pfcbureau.com

    paolo.ciafardoni

    19 Marzo 2018 - 15:03

    Per liberalismo qui si intende lamcultura di sinistra ?

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