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Il figlio

La regola della reciprocità non vale mai per i messaggi in chat

Annalena Benini

Io rispondo immediatamente, loro nemmeno visualizzano. Sogni di ripicca  infranti 

Quello che mi sfinisce è che se io mando un messaggio nel gruppo famiglia non mi risponde nessuno, se qualcuno del gruppo famiglia manda un messaggio a me io rispondo immediatamente anche se sto ruzzolando in un dirupo. Dico: sto ruzzolando comunque vai nel cassetto in basso a sinistra. E se succede che non rispondo per sessanta secondi perché decido di prendermela comoda con il dirupo, ricevo un secondo messaggio che è sempre lo stesso: MAMMAAAAAA. Maiuscolo, perché il maiuscolo è colpevolizzante. Io subito mi sento colpevolizzata e mando raffiche di messaggi di spiegazioni.

Ieri ad esempio mio figlio aveva assoluto bisogno di mutande. Per due settimane ogni giorno gli ho detto: non è che hai bisogno di mutande? Sto andando in quel negozio, ti servono mutande? E lui ogni volta ha alzato gli occhi al cielo e ha risposto con quella voce tra il cavernoso e lo stridulo: noooo. Ieri, mentre precipitavo nel dirupo e lasciavo per un attimo il telefono incustodito, in orario scolastico tra l’altro, lui ha capito di avere questo urgentissimo bisogno di mutande e sua madre niente, non rispondeva al primo squillo, non gliele materializzava davanti, non gliele costruiva cucendo insieme vecchie mutande, insomma trascurava i bisogni primari di un figlio adolescente che per la prima volta nella storia della sua adolescenza ha avuto una pagella magnifica. Doppia colpevolizzazione.

La reazione è sempre identica: cerco di rimediare, compro decine di paia di mutande o di calzini, ma non finisce qui. Commetto il madornale errore di illudermi che abbiamo ricominciato a scambiarci messaggi con una certa frequenza, sotto il segno della reciprocità. E’ incredibile quanto poco mi basta per colpevolizzarmi e per illudermi. Mando un messaggio, dopo qualche ora, con nonchalance chiedo semplicemente: come va? Nessuna visualizzazione, nessuna risposta. Dopo otto ore, una visualizzazione e nessuna risposta. Il giorno dopo, tre visualizzazioni e nessuna risposta. Penso che probabilmente sono stata troppo vaga, che devo essere più circoscritta, anche più interessante per meritare una risposta. Allora snocciolo orari del treno, liste della spesa, richieste di traduzione dallo spagnolo, commenti ai fatti del giorno, arrivo perfino, e lo so che è sbagliato, a mandare dei video divertenti e dei reel di Instagram. Nessuna visualizzazione, nessuna risposta. E’ anche umiliante andare a controllare se quella persona seppur minorenne a cui hai scritto abbia visualizzato oppure no, ma non ho altri strumenti di controllo e poi mi dico: vabbè adesso mi risponderanno. Staranno anche loro in un dirupo. Invece,  niente di niente. 

 

Che posso dire, sbaglio. Ma sbagliano anche loro, perché avrebbero dovuto, in questi diciassette anni, in questi quindici anni, imparare a conoscere la mia pazienza di madre impaziente. Dovrebbero ricordarsi di quando ho  fatto lo sciopero del ciao, ad esempio. Poi lo sciopero delle giustificazioni. Mi cullo per qualche altra ora con l’idea della ripicca: non scriverò mai più niente in chat. Anzi, toglierò proprio l’orario di accesso. Toglierò la doppia spunta blu. Toglierò le notifiche. Smetterò per sempre di visualizzare. Ah, se ne accorgeranno. Verranno a implorarmi, ma io questa volta sarò inflessibile. Ah, voglio proprio vedere.  Nel bel mezzo del mio nuovo mondo, ricevo un messaggio di mia figlia: mamma, sappiamo che cosa stai facendo. Ma Giulio dice che le mutande nuove gli vanno piccole. 

 

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.