Non basta Roma

Giacomo Giossi

Aurelio Picca dentro agli errori di un padre troppo epico. L’umanità estrema

Esiste un mondo alle porte di Roma che sta dalle parti dei Castelli Romani, un luogo in cui l’anima si espande superando i confini di una contemporaneità priva di epica e priva di eros. Un pianeta dell’esistenza senza il quale buona parte di Roma e dell’essere romani rischia di apparire incomprensibile se non invisibile.

       

Isolato in una pensione con vista sul lago Albano, Alfredo, il protagonista di Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani) di Aurelio Picca, contiene così dentro di sé il dolore per una nostalgia virata a morte, quella che chi ha vissuto gli anni Settanta con tutta l’argenteria ben lustrata ha conosciuto bene.

      

Solo chi ha visto quanto era naturale e splendido essere magri e belli con i vestiti attillati e le camicie addosso e con i pantaloni aderenti a zampa d’elefante sa quanto oggi è terribile quel grasso in vita, quel flaccido laidume che ci si trova addosso tra le braccia e gli occhi. Ora che anche i sessanta anni scivolano via e arriva tra i denti un alito da vecchio, Alfredo guarda dalla sua stanza vista lago il passato con rabbiosa nostalgia. La gioia è consumata e l’odio monta ancora come se lui fosse giovane e splendido e non terribilmente vecchio, malconcio e solo con una vecchia pistola da mattatoio a restituirgli vendetta e virilità.

                

Si apre con una corsa in auto, di quando le auto erano ancora reali, ovvero fatte di meccanica e di metallo questo sublime e sporco romanzo di Aurelio Picca. Il più grande criminale di Roma è stato amico mio (Bompiani, 256 pp., 17 euro) è un’ode a Roma vista da fuori: per buona parte quello che è la capitale d’Italia. Il racconto struggente, ma anche potentemente sgradevole di un maschio logorato che scopre nella tensione erotica della violenza a cui ha votato la sua vita, il dolore vibrante per una figlia uccisa e stuprata da un mondo che lui credeva di dominare e che invece non solo lo ha tradito, ma che così come lo ha reso padre, lo ha reso obbligatoriamente colpevole.

         

Dopo tanta facile retorica attorno alla criminalità di fattura romana, ecco che Picca incide il suo nome con una storia epica e simbolica di un tempo che ci appartiene molto più di quanto noi - opachi cittadini - possiamo immaginare. Picca racconta di un padre straziato dal dolore, di un maschio inferocito e senza giustificazioni, colpevole. Ma racconta anche di un figlio, quell’orfano che lui stesso è stato, cresciuto da un nonno giunto da una nobiltà polverosa e scomparsa tra le pieghe di una memoria confusa eppure scintillante.

             

Provare a correre forte in macchina, provare a rapinare una banca, a uccidere un traditore. Provare ad essere figli e poi padri. Alle volte per essere criminali - sembra suggerire Picca - basta anche solo osservare con occhi puri quello che ci accade attorno. E allo stesso modo - seppure oltre il ritardo massimo possibile -, anche essere figli e pure padri.

               

Come in un’opera di Chrétien de Troyes, è l’epica cavalleresca a guidare gli uomini di Picca. Qui le donne - figlie e amanti amate - hanno il ruolo preciso di rivelare la finitezza di un cavaliere sconfitto perché immerso in un’epica troppo fuori dal tempo.

            

Ogni gesto di Alfredo vive nell’errore di una sconfitta perenne, eppure è proprio in queste rifrazioni: la vendetta impossibile, l’amore perduto, la gioia leggera che riemerge da ricordi sopiti, che mostra la tenerezza dell’infanzia, la delicatezza di una figlia. Ma per arrivare a schiacciarsi dentro questi stretti anfratti Alfredo offre il proprio corpo e la propria mente a un dolore inimmaginabile perché non figlio di una rapina o di un omicidio, ma perché figlio di una paternità rimossa che riemerge con gli errori inevitabili e con tutti gli sbagli assurdi che solo la visione distorta di sé stesso lo hanno portato a commettere.

         

Il più grande criminale di Roma è stato amico mio è un romanzo stratificato dentro al quale Aurelio Picca riesce a mostrare le sfaccettature di un’umanità estrema e radicale eppure aderente nell’angoscia e nel dolore con chiunque sia padre; e con qualunque figlio abbandonato per strada, anche solo per qualche minuto.

    

Non basta Roma a sciogliere questo dolore. E se si volesse dargli corpo, le parole di Aurelio Picca sarebbero una risposta possibile e credibile proprio per le storie follemente lucide che sanno comporre. Smarrito dalle parti dei Castelli Romani vaga un uomo spezzato e perso, mai stato figlio e che ha dimenticato troppo presto di essere padre. Nella sua mente cammina una figlia che si fa ricordare, un dolore acuto, un prezzo altissimo che però vale il ricordo esile e fragile di una gioia momentanea di quando entrambi si sorrisero, l’uno nell’altra.