(foto Unsplash)

Il caffè di Francesca, il mondo senza paura di Pietro. Se avessi immaginato tutto questo

Francesca Mannocchi

Ho capito che devo cominciare a spiegare a mio figlio l’imprevedibile. L’accidente. E voglio che non abbia paura degli altri. Sarebbe la resa incondizionata a questo isolamento

Cara Annalena, stanotte mi sono svegliata all’una e venticinque. Poi alle tre, poi di nuovo alle cinque. Ho rovesciato le coperte alla mia sinistra e mi sono arresa e alzata, facendo attenzione a non svegliare nessuno. Ho guardato i miei uomini – il grande e il piccino – dormire abbracciati. Con me il fardello di chi osserva da una distanza siderale chi non vive un’ininterrotta conversazione con la paura di morire. Camminando in corridoio ho chiuso gli occhi e ascoltato il respiro di Pietro. Aveva la forza di una scossa sismica. E ho capito cos’è la crepa che da giorni m’accompagna e a cui stavo resistendo.

 

Ho misurato come ogni alba la mia vita in cucchiaini di caffè, avvitato la macchinetta e visto le parole cui ero stata riluttante, riflesse sul vetro della cucina. Se avessi immaginato non avrei fatto un figlio. Essere madre significa per me da tre anni e mezzo costruire un mondo per Pietro a misura di libertà. Gli ho consegnato la curiosità verso lo straniero, il fuori ben prima del dentro, un corpo svincolato dai manierismi della buona educazione, gli ho detto ogni giorno: tocca, abbraccia, conosci con tutti i sensi che hai, bacia. Ricorda con le mani. Balla, Pietro e usciamo. Due giorni fa mentre facevamo colazione Pietro mi ha chiesto: Mamma, ma oggi andiamo a scuola? Voglio vedere i miei amici e ballare con la maestra Rosa. Ho respirato e gli ho detto che no, che per un po' non si esce, e si balla sul tappeto bianco del salotto. E via spiegando, più a me che a lui.

 

E stamattina mentre bevevo il caffè, aspettando sulla soglia del mattino che facesse giorno, e la luce alleviasse un po', almeno un po', l’affanno della notte, ho capito che devo cominciare a spiegare a mio figlio l’imprevedibile. L’accidente. Che forse non gli passerò in dote il pezzetto di mondo che stavo costruendo per lui ma che voglio che il suo mondo di accidente non sia un mondo di paura. Voglio che ricominci a conoscere toccando. Voglio che Pietro non abbia paura degli altri. Sarebbe la resa incondizionata a questo isolamento. E credo sia la prova più dura cui siamo chiamati, cucire un orlo intorno ai nostri figli e essere pronti a disfare ogni imbastitura.

Di più su questi argomenti: