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Il figlio

Oggi mi sposo

Mio padre non verrà perché non condivide il nostro rito. Ma io spero ancora in un Bari-Milano

19 Luglio 2019 alle 10:32

Oggi mi sposo

Foto di @lucaslaw via Unsplash

Oggi pomeriggio mi sposo (auguri) e mio padre non verrà a Milano per vedermi; resterà in Puglia, resterà a Gravina, perché non condivide la forma in cui il matrimonio sarà celebrato.

 

Letizia e io abbiamo deciso di far svolgere il rito nella celebrazione della parola, senza eucaristia, poiché concordiamo sul valore attribuito dalla chiesa al matrimonio ma divergiamo fra noi quanto a pratica e fede, oltre ad avere, fra i pochi invitati, ortodossi, musulmani, addirittura calvinisti francesi (ovvero ugonotti, manco fossimo in un interminabile Cinquecento). Anziché prendere ipocritamente la comunione come fa uno zoccolo duro di praticanti e un numero esorbitante di nubendi, pur di salvare le apparenze; anziché pronunciare con cuore vuoto formule non essenziali al rito in sé, poiché riteniamo che la disposizione d’animo sia una cosa seria, abbiamo seguito l’indicazione della chiesa che consente, anzi consiglia in questi casi, di sposarsi senza eucaristia.

 

A mio padre questo non va bene quindi resta a casa in segno di protesta – contro il rito? contro gli ugonotti? contro suo figlio?

 

Le guerre di religione formato famiglia mischiano inevitabilmente il sociale e il privato. Il fatto che la forma del rito che seguiamo sia ufficialmente riconosciuta e vidimata dagli alti gradi ecclesiastici – ho controllato, il rituale è firmato da Paolo VI e controfirmato da Giovanni Paolo II – è del tutto ininfluente su mio padre, poiché temo sia stato colto dalla malattia più diffusa in questi tempi: l’espertismo. In un’epoca in cui si danno pareri sulla salute senza essere medici e si sa far vincere la Champions alla Juve senza avere giocato un minuto in serie C, è normale che il Papa non risulti abbastanza papista e le indicazioni della chiesa sembrino rammolliti cedimenti. Strano, perché essere cattolici equivale a essere papisti; altrimenti si è protestanti. Ancor più strano è che mio padre abbia ammesso che si sarebbe palesato senza problemi qualora avessimo optato per il rito civile in municipio. Sarebbe stato, presumo, disposto a venire perfino se la celebrazione si fosse tenuta dal tabaccaio e dall’offelliere, ma non si abbassa a seguire una Liturgia della Parola. Come mai?

 

E’ perché, dice, non l’abbiamo avvertito. Non siamo andati a Gravina cappello in mano a farci esaminare le coscienze da lui ma abbiamo parlato con sacerdoti e deciso per conto nostro. A quasi quarant’anni ci siamo comportati da adulti e non da figli, cioè da propaggini, sottraendoci all’unico comandamento della religione dei genitori: onora il padre e la madre. Ce ne è sfuggito il cardine dottrinale monolitico: poiché i figli sono fatti a loro immagine e somiglianza, il volere dei genitori è quello di Dio. Per questo in realtà il Papa e la liturgia non c’entrano niente, a conti fatti sono fumo negli occhi in una disputa che serve solo alla supremazia fra generazioni o alla sopravvivenza.

 

Nann’je comm’la cund tu

“Nann’jè comm’ la cund tu”, dirà leggendo quest’articolo mio padre, che di solito parla italiano. Si rifugia nel dialetto solo quando vuole spostare la conversazione su un campo in cui non si senta svantaggiato dalla mia retorica professionale, o in cui mi senta richiamato a una verità ancestrale espressa in una lingua prearticolata, onde ricordarmi che non conta chi sono né dove sono arrivato, non importa dove vivo e chi sposo, sarò sempre legato all’essere stato concepito e prodotto da lui (il mio gravinese è pessimo ma ho lavorato a lungo a Oxford). Perifrasticamente, si può tradurre con “le cose non stanno nel modo in cui dici”.

 

Mi accuserà di avere sfruttato un canale spropositato per aver ragione in una disputa muta – convenevoli esclusi, non ci parliamo da boh – e rifiuterà di riconoscere che, con questo tentativo estremo di salvarmi l’anima facendomi girare i coglioni, s’è imbarcato in una crociata personale in cui l’unico infedele sono io. Per definizione: non ho tenuto fede a modellare la mia crescita alle aspettative, ad adeguare vent’anni di vita via da Gravina a sue fumose supposizioni inverosimili, al rimanere come in principio un pezzo vile del suo corpo. Alla fine di questo si tratta: notare un pezzo di te che si stacca e accettare o meno che è un’altra persona, che nel ciclo della vita umana compie quel garbato surrogato del parricidio che è il matrimonio; e l’unico assoluto cui si presta fede, ammantandolo di precetti religiosi appiccicati con lo sputo, è il desiderio di non sentirsi superati e vinti, di non lasciar passare il tempo né crescere i figli.

 

Oggi pomeriggio mi sposo e, dalla lettura mattutina del Foglio, passa un intervallo più che sufficiente ad andare in aereo da Bari a Milano. Ma per andare da Gravina all’aeroporto servirà tempo, forse anni, forse mai.

Antonio Gurrado

Nato nel 1980. Vive a Pavia (è ghisleriano) dopo essere vissuto a Gravina in Puglia, Napoli, Modena e Oxford. Scrive di religione, editoria, illuminismo, calcio e Inghilterra; anche su Tempi e su Quasirete della Gazzetta dello Sport. Libri: Voltaire cattolico (Lindau) e Ho visto Maradona (Ediciclo).

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