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I capelli blu

Valentina Furlanetto

In Sierra Leone non basta chiamarsi Fortune per non morire. Il cuore diviso in due

"Belle le foto dell’Africa, mamma. Volevo chiederti una cosa importante: posso tingermi i capelli di blu?”.

 

Il messaggio di mia figlia dodicenne mi raggiunge in Sierra Leone, Africa occidentale, dove sono per lavoro, mentre stiamo attraversando il fiume Moa in piroga sotto la pioggia, stretta a un giubbotto salvagente che un tempo doveva essere stato arancione, ma ora vira verso il marrone scuro. Tutta la parte destra del mio corpo è bagnata. Alla sinistra ci penso io, scendendo maldestramente dalla barca e scivolando nell’acqua melmosa del fiume.

 

“Posso tingermi i capelli di blu?”.

 

Mi sembra ragionevole. Ho dormito sotto una zanzariera che puzzava parecchio, dopo aver riflettuto molto e infine optato per la scabbia invece che per la malaria. Ho mangiato carpa, dopo aver rifiutato cortesemente, ma con decisione, l’antilope, la scimmia e il ratto della foresta. Farsi i capelli blu mi sembra una richiesta accettabile. Ieri mentre percorrevamo in auto la strada sterrata, cioè non ancora asfaltata dalle ditte cinesi, ho visto camminare sul ciglio, al buio, in fila indiana, dei bambini con in testa fascine di legna e cesti di mango da vendere. Non vedo perché tu non debba tingerti i capelli di blu. Anzi, perché non li fai ogni settimana di un colore diverso? Perché non prendi la macchina e vai a comperare tu la tinta? Tieni le chiavi, mentre torni prendi pure il latte al super. Un piercing? mi sembra saggio. Andare a un concerto da sola a dodici anni? Perché no. Tutto mi sembra più sensato di quello che vedo qui. Qui a dodici anni accudiscono i fratelli, lavorano, vanno in giro da soli, muoiono. Muoiono, soprattutto. Di malnutrizione, anemia, infezioni, diarrea, malaria. Sì, falli blu. Anzi me li faccio pure io. Magari sono frettolosa a rispondere così, se fossi condizionata da questa situazione? E allora mi viene una splendida idea, una trovata geniale, l’unica cosa sensata da fare: lo scaricabarile.

 

“Chiedi a papà”. Provo a mandare il messaggio, ma non c’è campo. Non so come il messaggio di mia figlia abbia potuto raggiungere il mio cellulare, si vede che anche la rete ha captato che la sua era questione di vita o di morte. Intanto affronto lo sguardo di questi bambini scalzi e sorridenti. Qualcuno già molto grande, tipo quattro anni, tiene sulle spalle il fratello neonato mentre le madri lavano i panni nella melma del fiume. Ci mettono pure un certo vigore, poi li strizzano e li stendono con determinazione per terra.

 

Mentre sogno di immergermi in una vasca da bagno riempita di Amuchina capto un segnale e mando un messaggio al padre dei miei figli. Un messaggio romantico, di quelli che ci scambiamo in continuazione: “Ricordati che Leo ha basket, deve prepararsi la sacca”.

 

Intanto qui all’ospedale di Pujehun il dottor Steven della ong Cuamm Medici con l’Africa sta cercando di salvare la vita a Fortune, una ragazzina di tredici anni. Le gambe della bambina sporgono immobili dalla barella. Magre, troppo magre. Il suo sguardo è sofferenza e rassegnazione. “E’ una peritonite. Non sappiamo se ce la farà”, dice, “è denutrita e in condizioni generali precarie”.

 

L’ospedale è fatiscente. Ma bisogna immaginare cosa sarebbe se non lo avessero sistemato. Qui si fa molto, ma non è mai abbastanza. L’acqua corrente non c’è, si ricava dalle cisterne. Non c’è neppure l’elettricità pubblica, ci si affida ai generatori e ai pannelli solari. Il risultato è che l’elettricità funziona a tratti e in ospedale combattono con le infezioni e la corruzione. La corruzione dilaga quanto e più della malaria e non c’è neppure un repellente per arginarla.

 

Decine di mamme con i loro figli appesi alla schiena aspettano. Alcuni bambini sono denutriti, altri hanno la febbre alta. Molti vivono in villaggi a ore di distanza dall’ospedale e non sempre hanno i mezzi per raggiungerlo. Fortune e la madre hanno camminato ore. Ora la madre mi guarda, vorrei dirle qualche cosa, ma cosa?

 

Improvvisamente vibra il cellulare.

 

“Non trovo la sacca di basket”.

 

Sono a 4.513 chilometri da casa, sopraffatta dall’umidità e dal senso di impotenza, ma mi concentro molto, davvero molto e alla fine rispondo: “Cerca”.

 

Non è facile avere il cuore che batte in due continenti. Verifiche di scuola, partita di basket, interrogazione di storia si mescolando al pensiero dei bambini qui, a cui le madri non danno il nome alla nascita perché temono che non sopravviveranno. E allora meglio non dare il nome, che è il primo passo dell’affezionarsi.

 

“Mamma, per il colore ai capelli papà dice di chiedere a te”.

 

E io penso che sì, è ragionevole che tu ti faccia i capelli blu. Guarda un film dell’orrore, mangia patatine sbriciolando sul letto, ridi, ridi forte fino a far protestare i vicini, salta sul letto fino a sfondarlo, fino a sfondare il pavimento. Tuo papà capirà. I vicini capiranno. Perché Fortune è morta poco fa e tutto, davvero tutto quello che accade nel nostro mondo, mi sembra accettabile ed equilibrato.

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