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UNA STORIA IN TRE PUNTATE - 3

Cos’è davvero avere un figlio? Cosa sapete voi, che io non so?

Il pensiero costante della maternità: lo voglio sempre, ma non ora

3 Novembre 2017 alle 10:03

Cos’è davvero avere un figlio? Cosa sapete voi, che io non so?

"Giovane donna alla finestra, tramonto", di Henri Matisse

Non posso fare un figlio ora – pensai quella sera davanti alla tv. Non ora che sta per uscire il romanzo, non ora che dovrò partire per la promozione, non ora perché devo tenere delle lezioni di scrittura a Torino, e se sono incinta chi mi chiamerà più? Nessuno. Non ora che è un momento clou nella mia carriera, metti che i primi mesi non sto bene e non posso partire, e in ogni caso come vuoi che la tua carriera non subisca un arresto se fai un figlio?

 

I miei genitori abitano a Bari. Non possiamo permetterci una tata fissa. Come faccio a fare un bambino? Nessuno mi può aiutare, il bambino sarà tutto mio e del mio compagno, ci saremo solo noi. Nessuna rete – rete, rete, le mie amiche incinte parlavano tanto di rete, la rete che si crea per aiutare a crescere un bambino. Ma io non ho nessuno.

 

E se voglio fare un viaggio?, mi è scoppiato in testa. Come faccio col bambino? E per il resto, come faccio? C’erano questioni razionali, importanti, come: in che modo gestire il lavoro con un figlio. C’erano questioni futili come: voglio viaggiare, come faccio? Eppure siamo l’importante e il futile nello stesso tempo, e mentre guardavo la tv e il mio compagno fumava tranquillo accanto a me, io vedevo solo orrore.

 

No, orrore è troppo. Vedevo un vortice. Da una parte c’era la cosa che ho voluto da quando sono nata: un figlio. Dall’altra il mio lavoro, e le mie velleità. Non è il momento per avere un figlio, ma sei stupida, proprio adesso che esce il romanzo? – già sapevo che mi avrebbero detto così, o se non l’avessero detto l’avrebbero pensato, o se non l’avessero pensato loro lo avrei pensato io. E’ un discorso obsoleto. La donna che lavora, se non ha supporti economici o familiari, come fa? Se non sei sempre disponibile, si dimenticano di te. Ho sempre amato il mio lavoro, e ora c’era questo figlio che me lo voleva togliere.

 

Sei pazza. Così mi dissi a letto. Prima stressi il tuo compagno per avere un figlio, e adesso che lui dice di sì non lo vuoi più. Sei pazza. E la mia amica mi confermò che, sì, dovevo mettere in conto dei problemi sul lavoro, una diminuzione, un abbassamento della qualità delle proposte. E un’altra mi disse ma no, se ti chiamano parti col bambino. E’ tutto così facile.

 

E’ tutto così facile, lo dicono spesso, poi altre volte dicono che qualcosa è difficile, e io penso che i genitori sono una setta e tu che non sei genitore non puoi sapere se ti mentono apposta per far cadere anche te nella trappola del fare-figli o se invece non vogliono saperne di aprirsi a un nuovo venuto. Un’incapace, poi, come me.

 

Ma un figlio lo voglio. Forse non ora, però. Forse adesso, mi dissi, non è il momento. Non dissi niente al mio compagno. Pensai di essere incinta per qualche settimana. Poco dopo, come niente fosse, smettemmo di provare ad avere un figlio. Poi in un marzo caldissimo e freddissimo è uscito il mio libro. Ho cominciato a viaggiare tanto per presentarlo. E se il mio compagno si abitua a vivere senza di me? E se, riflettendo mentre non ci sono, capisce che non mi ama? Come fai, tu – mi rimbomba in testa – a crescere un figlio felice, sereno, se fai pensieri immaturi come questi, se non sai stare sola, se non sai dirti cosa è giusto e cosa non lo è?

 

Vado in giro col mio libro. Quando sono in treno sola, guardo fuori, penso, Potrei essere qui col mio bambino. Avrei davvero potuto portarlo con me. Non sempre, ma a volte sì. Ma che stai dicendo, mi dico, non puoi andare a insegnare con un bambino in braccio. Non puoi cambiare città ogni giorno per presentare il libro con un bambino in braccio. Non sarebbe giusto per lui, per te. E allora che faccio? A novembre compio trentotto anni.

 

Te lo prometto, lo faremo, ma non ora – dice di nuovo il mio compagno. Hai ragione, dico, non è il momento, lo faremo, ma non ora.

 

E dunque quando? Quando sarà il momento in cui le nostre carriere – la mia, del mio compagno – e avere un figlio non saranno più ai poli opposti della vita?

 

Un figlio non è questione di logistica, di lavoro, mi dice mia sorella. E’ anche smettere di essere egoisti e capire che esiste qualcuno che è importante quanto, più di te. Allora è tutta una questione di egoismo? Cos’è davvero avere un figlio? Cosa sapete voi – della vita, dell’umano, dell’ultraterreno – più di me? Cosa sapete, voi, che io se non ho un bambino non potrò mai sapere?

 

Una chiave per un’altra dimensione. Il treno si ferma alla nuova stazione, si aprono le porte. Vedo una donna, di spalle, coi capelli bianchi, uguale a mia madre. Mi capita spesso di vedere mia madre in giro per queste città, mi sembra sempre di incontrarla. Cos’hai pensato davvero quando hai scoperto di aspettarmi? vorrei poterle chiedere. Cos’hai pensato davvero quando sono nata? La donna che sembra mia madre corre incontro a un bimbo, lo prende in braccio, lo bacia, io li oltrepasso. Poi, prima di uscire dalla stazione, mi giro a guardarli. Li ha raggiunti una donna della mia età. Prende il bambino dalle braccia della donna che sembra mia madre, la abbraccia, e poi non so cosa succede perché riprendo il trolley, esco, e mi sembra così assurdo pensare che non li vedrò mai più. (3.fine)

 

* L’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi è “Una storia nera” (Mondadori)

La prima puntata è uscita sul Figlio di venerdì 20 ottobre. La trovate qui. Qui invece c'è la seconda puntata, del 27 ottobre.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    04 Novembre 2017 - 17:05

    Ecco, dette queste fregancce psicologiche che gli rimane? A si, presentare un libro con tutte le sue sfumature di pensieri triti e ritriti, e angosce create a tavolino, pippe mentali a non finire e stereotipi di cui non ne possiamo più. Questo rimane alla protagonista poi, solo poi, una noia mortale se non ha assecondato il richiamo universale del perché siamo qui e vorremmo continuare ad esserci per come siamo noi, noi io, e non l’umanità In generale di cui non ce ne frega niente e con cui ci siamo scannati dal neanderthal a seguire. Un figlio mio è mio e come i leoni marini, i pinguini, i pellicani che si strappano la carne per nutrirli, solo lui cerchiamo e nutriamo perché in lui e i suoi fratelli che sono anch’essi nostri, ci compiaciamo. Un viaggio in cambio di un figlio è un baratto misero come il resto, tutto il resto. Al ritorno ti resta, forse, una zanna di elefante trafugata che guardi e langui. Un figlio è gioia, amore, continuità e mai solitudine.

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