Lolita non sono io

Mai come mia madre, gli sguardi di compatimento delle altre, e un commissario per smentire tutto

Lolita non sono io

"La ninfa dell'oceano", William-Adolphe Bouguereau (1825-1905)

Madri si nasce. E Lolita invece no. “Ero stata promossa Questora a soli quarant’anni ma questo non mi aveva resa felice. Uno dei punti deboli del mio carattere era ignorare sfumature ed equilibri possibili tra vita professionale e affettiva. Aspiravo alla perfezione ma non era un bene. Pensai alla mia migliore amica. Per quanto eccessiva, era riuscita a combinare tutto: figli, carriera, vita sentimentale. Il mio orologio biologico stava per scadere e l’inquietudine che questo mi provocava non era un segnale da sottovalutare”.

 

E’ uno dei passi di Dopo tanta nebbia, il settimo libro della serie poliziesca con Lolita Lobosco, e che pur rimarcando le nostre differenze, un poco ci avvicina.

 

Le differenze, appunto. Sul concetto dell’essere madre, per esempio.

 

Madri si nasce, era chiaro già a pochi anni, dal modo in cui cullavo le bambole. Passata la fase dell’infanzia, quella in cui da grande voglio fare la Fallaci, desiderai essere tutto tranne che uguale a mia madre. Una donna moderna lei, con la patente nella borsa e la Cinquecento parcheggiata nel vialetto, autonoma economicamente e con il frigo pieno di surgelati e maionese. Insegnava, negli anni in cui ancora al Sud le donne stavano a casa. Le mamme delle mie compagne di scuola, per esempio. Accidenti quanto le invidiavo. Arrivavano a scuola con le cartelle piene di oggetti fantastici comprati al mercato o con la ciambella avvolta nel tovagliolo, io invece solo un pacchetto di crackers.

 

Fu negli anni al liceo che la mia idea prese forma pian piano. Durante l’intervallo si parlava dei ragazzi dell’ultimo anno e di cosa saremmo state nel futuro prossimo. Guardavo le mie amiche animarsi mentre s’immaginavano chi medico, chi architetto, ingegnere o giornalista. I figli? Quelli dopo, semmai. Restavo zitta ad ascoltare, di me non dicevo nulla, non avrebbero compreso. Non in quegli anni almeno. Gli psichedelici anni 80, con il mito della donna in carriera, del look androgino lanciato sulle passerelle da Giorgio Armani, delle prime Commissarie. Come rivelare che il mio sogno era fare la casalinga?

 

Tenni la linea dura e poco dopo i libri di scuola e prima ancora che finisse l’università divenni madre. Di un maschio a ventuno anni e di una bambina tre anni dopo.

 

Anni di piena felicità, di favole, alberi di Natale e marmellate fatte in casa. Di tanti libri letti mentre allattavo i bambini, o mentre facevano i compiti sul tavolo della cucina.

 

C’era solo una macchia a sporcare i miei colori: gli sguardi di compatimento di quelle stesse ragazzine ormai adulte. Ma come sarebbe che fai la casalinga? E tua madre non lavorava, scusa? Ah no, io faccio l’avvocato, a casa impazzirei.

 

Mi pentivo ogni volta, meglio avrei fatto a dire che ero una terrorista. Avrebbero compreso. Una scelta drammatica, certo, ma che prevedeva un travaglio interiore, un percorso intellettuale e politico. Donne con le palle insomma, mica amebe lavapiatti.

 

Anni duri, credete a me. I più felici della mia vita.

 

La scrittura è arrivata da sola, quasi vent’anni dopo. Quando è morto mio padre e non sono stata più figlia. Per via del dolore, o di quegli anni passati a leggere, crescere figli e cucinare.

 

Lolita, anche lei è arrivata così. Uguale a me come una sorella gemella, eppure diversa. Con la carriera al primo posto, un divorzio alle spalle, l’istinto materno sottozero.

 

Siamo andate avanti per un po’ di tempo, in direzioni opposte. In sette anni siamo cambiate – io che a cinquantadue anni mi diverto a fare la donna impegnata, sempre in giro a presentare libri e incontrare lettori, con i figli adulti che tra una settimana vanno a vivere per conto loro – lei, il commissario Lolita, quarantenne ormai Questora trasferita a Padova, in piena crisi esistenziale. Decisa a chiedere un ridimensionamento di carriera pur di tornare a Bari, la città madre, e pronta a emozionarsi davanti a vestitini da neonato e biberon.

 

Diventerò zia? Chissà, con Lolita tutto può accadere. Le mie compagne di scuola? Si sono ricredute, direi.

 

L'ultimo romanzo di Gabriella Genisi è “Dopo tanta nebbia”, Sonzogno

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi