Sentirsi in colpa per tutto il tempo non è una prova di innocenza?

Il dente che spunta dalla gengiva e il tormento quotidiano di un’insufficienza costante

Annalena Benini

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Sentirsi in colpa per tutto il tempo non è una prova di innocenza?

Album illustrato di Alessandra Ballerini e Lorenzo Terranera, “FIFA BLU” (Donzelli editore), con un racconto di Fabio Geda e uno di Marco Aime

Mi sento in colpa sempre: mia figlia dice che le sta spuntando un dente direttamente dalla gengiva, spalanca la bocca per mostrarmelo cinquecento volte al giorno, ed è vero, il dente ha bucato la gengiva: dovevamo andare dal dentista un mese fa. Colpevole. La baby sitter è di cattivo umore, avrò detto qualcosa di sbagliato? Colpevole. Mio figlio ha saltato la colazione perché sono finiti i suoi biscotti preferiti, i soli che gli consentano di nutrirsi, gli unici che lo consolino dell’inizio di un nuovo giorno di scuola. Colpevole. A causa del camion della spazzatura e di quattro semafori rossi siamo arrivati in ritardo di tre minuti a scuola proprio oggi che c’era la verifica di inglese alla prima ora. Colpevole. Stasera ho quella cena fuori, e mia figlia ha detto che quando non resto seduta sul suo letto non riesce ad addormentarsi. Colpevole. La mamma di un compagno di scuola mi ha chiesto perché non portiamo i bambini a nuoto insieme tre pomeriggi alla settimana. Perché non posso. Colpevole. Mio figlio non ha fatto i compiti di matematica perché non ci ha capito niente, cioè perché non ne aveva voglia, e io mi sono dimenticata di sgridarlo, anzi gli ho regalato la spada di Minecraft: mi piaceva troppo. Colpevole. I miei figli hanno fatto un video con la mia imitazione di quando loro mi parlano e io intanto rispondo ai messaggi sul telefono. Colpevole. Ho pagato la rata di Equitalia in anticipo di una settimana, ma mi sono accorta dopo due settimane che ho pagato quella sbagliata. Colpevole. Non ho chiamato mia madre. Colpevole, colpevole, colpevole. Mi addormento la sera pensando alle mie colpe, che la notte prendono dimensioni mostruose e mi divorano, poi la mattina mi alzo e mi sembra di avere ancora la possibilità di aggiustare tutto. Durante la giornata, di nuovo, mucchietti di sensi di colpa mi tengono compagnia. Penso che sia un modo anche subdolo per sentirmi innocente: se mi tormento significa che non sono così tanto colpevole, o almeno che ho già un po’ espiato la mia colpa, la mia distrazione, il mio errore. Se non avessi questo continuo senso di colpa, sarei spietata, indifferente, superficiale, invece, visto che mi tormento tutto il giorno – inutilmente, senza fare nient’altro che tormentarmi perché faccio tardi la sera al lavoro, e senza mai mai mai tornare un minuto prima a casa – significa che non sono una persona da buttare, una madre orribile, significa che merito di essere perdonata praticamente subito.

 

Ma poi: il dente che è spuntato dalla gengiva è una colpa? Ci sono forse io dentro quella gengiva? Sono io il dente da latte che si rifiuta di cadere? “Mamma è da giugno che ti chiedo di andare dal dentista”, mi ha detto mia figlia, trionfante per la notizia che dovrà assolutamente mettere l’apparecchio fisso ai denti, e allora io mi sono ribellata, e ho commesso una vera bassezza per cui sentirmi per sempre in colpa: ho cercato di rendere mia figlia simile a me, quindi ho provato ad attaccarle il senso di colpa facendole un elenco confuso ed enfatico di quello che faccio continuamente per sorella fratello padre cane gatto, insistendo soprattutto sul cane, e evitando di dire la verità: io ho il terrore del dentista, come di tutti i medici, anche per interposta persona, e un dente che cresce sulla gengiva sinceramente non mi sembra un’emergenza tale da giustificare quella orribile poltrona nera con i trapani appesi e l’acqua da sputare. Colpevole.

  

Subito dopo aver tentato di inculcarglielo, ho deciso di sradicare il senso di colpa da mia figlia il prima possibile (il figlio maschio non corre questo rischio, lui rompe un vaso giocandoci a palla e grida: non è colpa mia, è stato il vaso), e quindi ho detto che io mi diverto a portarla dappertutto, e che voglio molto bene a quel cane pulcioso che fa i salti di gioia appena mi vede anche da lontano e mi guarda con una tale immensità amorosa che mi sento in colpa per non averlo adottato prima. Lei ha detto che in effetti dovremmo salvare tutti i cani del mondo, e anche adottare dei bambini e che io potrei smettere di lavorare e così ce ne andremmo in giro tutti insieme anche di pomeriggio. Colpevole. Mi sento in colpa per quello che non faccio, ma anche un po’ per quello che faccio, e non credo più che sia una prova di innocenza ma un modo di stare al mondo. Sentire un’insufficienza costante, accettarla, girarci intorno, scherzarci sopra, a volte provare a sconfiggerla, altre volte usarla per misurare le giornate, i mesi, gli anni. Sapere già che rimpiangerò le ore che ho perduto, ma lo stesso continuare a perderle.

 

Non smetterò, finché posso, di trovare tutte le scuse più assurde per farti accompagnare dal dentista da qualcun altro, che tempesterò di messaggi per sapere come sta andando. Mi lamenterò di dover portare fuori il tuo cane a mezzanotte, e poi cercherò di essere la persona della famiglia che lui ama di più, dandogli di nascosto dei cibi proibiti che lo renderanno pazzo di gioia. Continuerò a fare tardi, e a dire che però magari domani tornerò presto. Starò seduta sul letto finché ti addormenti, mi terrò stretto il mio senso di colpa e cercherò comunque di salvarmi, ogni giorno almeno un po’.

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    13 Ottobre 2017 - 23:11

    Beh, ora si faccia un bel sonno, se non é al lavoro. Si addormenti dicendosi: ‘C’è chi mi trova innocente’. E deliziosa.

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