Will Smith e il figlio Jaden (foto LaPresse)

Anche se non sai che cos'è Canale 5, restiamo sullo stesso pianeta

Andrea Salerno

L’unica arma che resta ai genitori vestiti come i figli, è quella del libero scambio

Tranquillo Michele, la partita la fanno vedere anche su Canale 5”, “papà, cos’è Canale 5?”. E’ bastato questo volatile scambio di battute con il mio figlio tredicenne per farmi realizzare in un attimo e per sempre, sempre, la nostra distanza, il nostro vivere in due universi paralleli destinati a incontrarsi probabilmente solo nei due atti canonici, e comunque sempre importanti, di una normale vita famigliare: colazione e cena. Fino a quel momento mi sembrava tutto a posto. In fondo molto spesso eravamo vestiti allo stesso modo; molto spesso giocavamo con alterne fortune agli stessi giochi (Fifa, tennis, palletta in camera…); molto spesso guardavamo gli stessi film, “X Factor”, o serie televisive che dir si voglia. Insomma, in ascensore, quando ci si guardava allo specchio tra un piano e l’altro sembravamo molto simili.

 

 

Il problema forse era proprio quello. Anzi, ormai ne sono certo: somigliarsi troppo e per questo immaginare, follia pura, di essere uguali: stessi jeans, stessi maglioni, stesso telefono… stesso mondo? (Se penso a me e mio padre non era certo così, le differenze c’erano in tutto. Se penso a mio nonno, non ne parliamo nemmeno).Poi invece quello scambio casuale in corridoio; poi le scarpe del papà diventano più piccole di quelle del figlio (40 io, 44 lui), e così capisci che da quel momento comincia una vita tutta diversa. Quel tuo piccolo figlio che pensavi di formare, di coltivare come una giovane piantina ogni mattina, non solo è bello grosso, ma sta crescendo in un giardino diverso. E da oggi, o da quell’ieri, con lui si dovrà cambiare per forza metodo e cure. Bisognerà non dare più nulla per scontato e soprattutto non tentare neanche per un attimo di immaginare che lui possa ragionare con le tue categorie. Non parlo di buone maniere, di educazione, di forma e sostanza, insomma delle basi. Parlo del resto: come partecipare alla sua crescita culturale e sociale restando entrambi sullo stesso pianeta?

Alcune regole fondamentali che sto sperimentando su me stesso: pensare fino a tre WhatsApp ricevuti prima di emettere un giudizio che possa rimanere scolpito dalle spunte blu nella sua memoria e in quello delle chat dei suoi amici a cui verrà inevitabilmente girato, e che possa così rinfacciartelo per 27 anni (il tempo nel quale il colosso social ha deciso di conservare nei big data le tue stronzate); non pensare che il tuo passato sarà sempre meglio del suo futuro (soprattutto, non dirglielo mai, non serve veramente a niente); non imbastire almeno il 25 per cento delle conversazioni con lui sostenendo (anche se lo pensi) che tanto il miglior libro, il miglior film e il miglior gruppo musicale li hai già letti, visti, sentiti. In fondo dopo i Beatles ancora che mi ascolti i Coldplay? Insomma, come fare dunque a foraggiare tuo figlio con tutto il meglio che ti sia passato davanti nella vita senza fare la figura del “passatista”? Temo non ci sia altro da fare che armarsi di santa pazienza e, come san Tommaso, tirargli addosso l’esperienza diretta. Per anni ho cercato di convincere Michele che Totti fosse un grande giocatore, davvero grande, un campione come non ce ne sono al mondo. Nonostante la passione delle mie parole e il mio trasporto, lui vedeva però, domenica dopo domenica, un giocatore poco utilizzato, che segnava poco. E a nulla valeva fargli vedere a ripetizione, come in “Arancia meccanica”, tutti i 300 gol del Capitano registrati su Sky. Poi quest’anno il ragazzo mi è andato a vedere Roma-Sampdoria sotto un diluvio incessante. La squadra sotto di due gol, Totti entra e cambia tutto segnando all’ultimo la rete della vittoria. Ecco quel giorno è tornato a casa e ho capito che aveva capito. Non sempre questo è possibile. Tutto è più complicato nel mondo che cambia. Complicato come spiegare la relazione tra Grazia Deledda e Bob Dylan.

E allora, l’unica arma che mi resta, che ci resta, a noi genitori vestiti come i figli, è quella del libero scambio. Io ti faccio sentire Cat Stevens e i Dire Straits, e tu mi insegni a usare Snapchat; io ridendo ti parlo del mondo nel quale c’erano cinque gusti di gelato e tu mi fai assaggiare quello che ti piace di più. Si chiama: “Eroe dei due mondi”, cioccolata bianca, amaretto, meringa… Il mio preferito invece lo faceva un Bar pasticceria in via Cola di Rienzo a Roma. Mi piaceva la crema, mi piaceva la brocca di metallo con l’acqua che mettevano sui tavolini tondi. Oggi al posto di quel Bar c’è una banca tedesca. Quel gusto non c’è più. E mi piace pensare che in fondo sia meglio così: magari avrei continuato a mangiare solo quello, senza provare mai quello che piace a te.

Andrea Salerno è giornalista, autore di “Gazebo” (RaiTre)

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