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Le falsità su Corrado Carnevale

Guido Vitiello

Lirio Abbate dipinge il defunto magistrato come il carnefice delle sentenze, ma la realtà processuale racconta un'altra storia da quella pubblica

Al comitato incaricato di assegnare il Pulitzer alla Canaglieria Postuma sottopongo queste frasi di Lirio Abbate: “La morte non rappresenta una assoluzione. Non per chi ha tenuto in mano la leva più alta del giudizio penale e l’ha usata come un coltello affilato”. Si parla di Corrado Carnevale, presentato nel giorno della morte con gli attributi di un serial killer giudiziario, il mostro in toga di un film alla Dario Argento: “L’Ammazzasentenze”. Il movente? L’ipergarantista Carnevale “lo faceva in nome della forma. Ma la sostanza la capivano tutti: la mafia poteva dormire sonni tranquilli”. Ottima frase di lancio per l’horror scadente ammannito ai lettori di Repubblica fin dagli anni Novanta (quando a sceneggiarlo c’erano Bolzoni e D’Avanzo). Quanto al modus operandi, l’annullatore seriale “smontava i processi con la tecnica, mai con l’etica”, il che equivale a dire – ma Abbate non se ne accorge – che era un giudice giusto. Poco conta: la morte non rappresenta un’assoluzione, ma a quanto pare nemmeno un’assoluzione – quella del 2002 nel processo per concorso esterno – rappresenta un’assoluzione: “C’è una distanza, nella vicenda di Carnevale, tra la verità processuale e quella pubblica. La prima ha detto che il fatto non sussiste. La seconda, che i fatti restano”. Come possano restare in piedi dei fatti insussistenti è un enigma che la zoppicante sceneggiatura di Abbate non scioglie. Carnevale resta la sagoma nera col pugnale insanguinato sulla locandina del film. Non essendoci metro adatto a misurare l’abisso di incultura giuridica – diciamo pure il profondo rozzo – che queste righe spalancano, chiosiamo il coccodrillo maramaldo con le parole che Carnevale affidò ad Andrea Monda nel libro intervista Un giudice solo: “Una sentenza illegittima è una sentenza non viva e, quindi, non si può uccidere un morto (in diritto penale si parlerebbe di… reato impossibile!). La Corte di cassazione non è, quindi, né un assassino né un becchino, ma è un anatomopatologo, che fa la diagnosi sul cadavere e constata la causa del decesso, già avvenuto, della sentenza impugnata”.

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