IL BI E IL BA
Con l'angelo Meloni, i meme entrano in chiesa
Il volto della premier dipinto a San Lorenzo in Lucina richiama l'ibridazione tra sacro e politico tipica del meridione. Ma stavolta è il linguaggio ipermoderno e digitale che irrompe nell'iconografia religiosa, e tuttavia lo fa con strumenti analogici. Un cortocircuito da decifrare
L’angelo con la faccia di Giorgia Meloni nella basilica di San Lorenzo in Lucina mi ha riportato alla mente una scena di uno dei miei film feticcio, di quelli che non riesco a smettere di guardare e riguardare: La mafia non è più quella di una volta di Franco Maresco, il seguito di Belluscone. A un certo punto Letizia Battaglia e il suo vecchio amico Franco Zecchin, lui pure fotoreporter, vanno in piazzale Anita Garibaldi, nel quartiere palermitano di Brancaccio, a visitare il memoriale di don Pino Puglisi, il sacerdote ucciso dalla mafia nel 1993. Entrambi sono colpiti da un dettaglio grottesco: il monumento di Puglisi è tale e quale a Berlusconi – stessa attaccatura di capelli, stesso collo, stessi occhi, qualche dubbio sulle orecchie. Il loro stupore, però, mi sembra eccessivo. Queste ibridazioni non sono nuove nell’immaginario dell’antimafia devota, per non parlare di quello della mafia, e appartengono più in generale al sincretismo pagano-cattolico del meridione d’Italia, come testimoniano le statuine dei politici da infilare tra i pastorelli del presepe che si vendono a San Gregorio Armeno, tema fisso di quegli stupidissimi servizi di fine tg. La storia dell’angelo Meloni è un’inezia, s’intende, ma potremmo interpretarla così: il “sud del sud dei santi” di cui parlava Carmelo Bene si sposta lentamente al nord, come la linea della palma. Rischia però di essere una lettura folkloristica un po’ riduttiva.
Capovolgendo il quadro, un modo più moderno di guardare alla faccenda potrebbe essere questo: il linguaggio dei meme ha fatto il suo ingresso trionfale in una basilica, e lo ha fatto per mezzo di un pennello vero, non solo per effetto di qualche manipolazione digitale. Quale sia poi il significato di questo cortocircuito tra iconolatria arcaica e memetica ipermoderna è tutto da vedere, ma vale la pena archiviare la notiziola in vista del giorno in cui saremo in grado di decifrarla, quando cioè l’intero affresco dell’iconografia politica sarà stato restaurato. Sempre che nel frattempo non sia crollata la basilica sulle nostre teste.