Il coronavirus mette alla prova la comunicazione delle imprese

Mariarosaria Marchesano

La sfida per le imprese è anche quella di salvaguardare l’immagine del made in Italy

Milano. Sono andati a mangiare una pizza da Sorbillo a Roma e si sono fatti fotografare insieme il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, e l’ambasciatore francese, Christian Masset, dopo le tensioni provocate dal video di Canal+ sulla “pizza al coronavirus”. Ma non sempre può finire a pizza e birra quando di mezzo c’è il made in Italy. “Occorre una strategia coordinata di comunicazione sull’emergenza virus per i prossimi mesi, che colga anche le opportunità che quasi sempre dalle crisi derivano”, dice al Foglio Vittorio Bonori, ceo di Publicis Groupe Italia, network internazionale di pubblicità, comunicazione e marketing di estrazione francese. Solo l’idea che prodotti italiani, come il Parmigiano Reggiano o la pasta Barilla, possano essere in qualche modo associati a un’infezione virologica, è praticamente folle. Eppure, il rischio di una percezione errata da parte dei consumatori esiste come dimostra il caso della birra Corona, un brand non italiano che ha subito un contraccolpo d’immagine per una semplice assonanza di nomi. Figuriamoci se è un intero paese a essere associato all’idea di “untore” del mondo. Basta guardare l’immagine che in questi giorni circola su Twitter, dopo essere stata mandata in onda dalla Cnn, della cartina geografica con tutte le freccette che da vari paesi convergono sull’Italia dimostrando così che da qui si è diffuso il contagio, per capire che tipo di frittata è stata fatta. “La crisi di comunicazione sul coronavirus nasce in un contesto in cui le informazioni vengono generate da fonti diversi e attraverso una molteplicità di canali. Questo rende molto complicato costruire un ‘palinsesto’ che si possa tenere sotto controllo – prosegue Bonori –. La ridondanza degli annunci sulla diffusione dell’epidemia ha generato apprensione, ma bisogna guardare avanti. Per questo stiamo studiando un progetto con alcuni importanti imprenditori per rilanciare l’eccellenza italiana nel mondo”.

  

Secondo Francesco Mutti, amministratore delegato dell’omonimo gruppo di conserve e presidente di Centromarca, la più grande associazione italiana dell’industria di brand, una delle cose, per esempio, da evitare è pubblicare il nome di un’azienda quando tra i suoi dipendenti c’è un contagiato. “E’ una questione di forma ma anche di sostanza – dice al Foglio Mutti –. Bisogna salvaguardare la reputazione degli operatori economici, ma francamente ho anche qualche dubbio su restrizioni che prevedono la chiusura di due settimane di un’impresa perché magari si è ammalata una sola persona. Forse bisognerebbe riconsiderare le misure per il settore manifatturiero dove lo smart working è più difficile da applicare e un fermo produttivo prolungato può essere letale”.

 

Nei giorni scorsi anche tre agenzie italiane (Barabino&B, Image Building e Community) hanno offerto gratuitamente il loro aiuto alle istituzioni pubbliche per gestire in modo più razionale il flusso informativo sull’emergenza coronavirus. Ma cos’è che non ha funzionato? I comunicatori di professione sono sobbalzati di fronte al governatore della regione Lombardia, Attilio Fontana, che si metteva la mascherina su Facebook, al capo del governo, Giuseppe Conte, che sedeva a capotavola in una grande sala operativa che dava l’idea di una grave emergenza, ad assessori e sindaci che annunciavano a raffica la chiusura di scuole, bar, ristoranti e musei. E di fronte a tutto il circolo mediatico dell’emergenza, hanno deciso di farsi sentire. “L’idea di un tavolo di esperti che affianchi governo e istituzioni potrebbe essere utile. Riscontro che già negli ultimi giorni l’informazione è stata semplificata e razionalizzata – dice Bonori –. Ma l’emergenza non è finita e un’azione coordinata servirebbe anche per valorizzare gli aspetti positivi”. In effetti, come succede nelle economie di guerra, quando il ciclo produttivo si adatta alle esigenze belliche, così nuovi business stanno incrementando i fatturati, basti pensare alla produzione di mascherine, che vede aziende riaccendere i macchinari dopo tempo, alla crescita della domanda di dispositivi per video conferenze, di piattaforme per l’e-learning e per lo smartworking, solo per fare alcuni esempi. “Dopo il coronavirus il mondo non sarà più lo stesso, questa crisi sta accelerando un salto culturale in alcuni campi come quello del lavoro da remoto, che genera un indotto di tecnologie di comunicazione, e alla crescita dell’e-commerce, che vedeva l’Italia indietro rispetto ad altri paesi occidentali. Ecco, questo è un caso di scuola di come da una situazione di crisi possono nascere nuove opportunità. Basta saperle cogliere ma anche comunicare”, conclude Bonori.

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