Nicola Zingaretti e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Il bacio ad alta velocità Zingaretti-Zingaraccia travolge il governo

Claudio Cerasa

Il voto sulla Tav certifica che la decrescita grillina è incompatibile con la realtà. Maggioranza saltata, viva le elezioni

La diciottesima legislatura si è aperta con l’immagine epocale del bacio passionale tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, magnificamente raffigurato nel marzo del 2018 in un famoso murales comparso nella Capitale, e in un certo senso oggi potremmo dire che la maggioranza di governo che ha finora guidato le danze in questo Parlamento ha finito di esistere in modo plastico nel pomeriggio di ieri, quando le labbra della Lega si sono andate a incrociare occasionalmente ma non fortuitamente con quelle del Pd. L’occasione ha coinciso con un voto politicamente importante, anche se giuridicamente non vincolante, come quello relativo all’approvazione di una delle mozioni presentate ieri in Senato a favore della Tav.

 

Il Movimento 5 stelle, partito di cui incidentalmente è anche espressione il presidente del Consiglio, il cui ultimatum oggi festeggia allegramente sessantasette giorni, ha presentato una mozione contraria all’opera, bocciata con 181 no e 110 sì, mentre il Pd ha presentato una mozione favorevole alla Tav approvata con 180 voti favorevoli, 109 contrari e un astenuto e votata anche dalla Lega. Al contrario di quello che vorrebbero romanticamente far credere i simpatici falsari quotidiani del Movimento 5 stelle, il bacio occasionale andato in scena ieri pomeriggio al Senato tra il Pd e la Lega, tra il partito di Zingaretti e il partito della Zingaraccia, non indica un altro governo possibile, ma indica semplicemente un governo impossibile, che è quello che prevede in una qualsiasi forma la presenza alla guida del paese del partito della decrescita, ovvero del Movimento 5 stelle. In un paese come la Germania – dove attualmente, seppur con mille difficoltà, ma chi non le ha?, governano insieme i partiti cugini di Lega, Forza Italia e Pd (Csu, Cdu, Spd) – un voto come quello di ieri avrebbe segnalato la presenza di una nuova e inevitabile maggioranza di governo.

 

In un paese come l’Italia, in cui anche le situazioni serie in presenza di soggetti politici non seri diventano inevitabilmente surreali, la formazione occasionale di una maggioranza parlamentare composta dall’improbabile coppia Zingaretti-Zingaraccia è lì a dirci quello che persino l’elettorato leghista comincia a considerare una verità difficile da negare: per l’economia italiana un qualsiasi governo che non abbia al suo interno gli ambasciatori della decrescita è preferibile a quello che ha oggi il nostro paese. Vale quando si parla di economia, vale quando si parla di infrastrutture, vale quando si parla di sviluppo, ma vale anche quando si parla di altre questioni non meno importanti rispetto alla Tav. Vale per esempio quando si parla di lavoro e sono ormai mesi che la Lega sa che le modifiche che vorrebbe apportare al “decreto dignità” le potrebbe realizzare con qualsiasi partito presente in Parlamento che non sia quello con cui oggi sta governando. Vale per esempio quando si parla di giustizia e sono ormai settimane che la Lega sa che le modifiche che vorrebbe apportare alla riforma sulla giustizia le potrebbe realizzare con qualsiasi partito presente in Parlamento che non sia quello con cui sta governando. Vale per esempio quando si parla di prescrizione e sono ormai settimane che la Lega sa che l’unico partito con cui potrebbe stoppare l’abolizione della prescrizione in vigore dal primo gennaio del 2020 è un qualsiasi partito diverso da quello con cui si trova oggi al governo. Vale per esempio quando si parla di sostegno alle esportazioni e sono ormai mesi che la Lega ha compreso che per smettere di provocare un paese come l’America in cui l’Italia esporta ogni anno beni pari a 50 miliardi di euro su un totale annuo di 500 miliardi di euro occorre allontanarsi il più possibile dal patto cinese e riavvicinarsi il più possibile al Patto atlantico. Vale ovviamente quando si parla di infrastrutture.

 

E se vogliamo la giornata parlamentare di ieri ha contribuito a ricordare che in Italia esiste una maggioranza trasversale consapevole di alcuni fatti elementari: essere contro le grandi opere significa essere a favore del sottosviluppo, significa essere a favore dell’isolamento e significa molto banalmente non capire che il futuro dell’Italia, la sua crescita, il suo lavoro, la sua industria dipendono anche dall’Alta velocità. Il voto sulla Tav ci ricorda che per ridare dignità all’Italia non basta un rimpasto ma occorre prendere atto che la maggioranza non esiste più, che il presidente del Consiglio è di fatto sfiduciato e che in Italia c’è un governo impossibile, che è quello con i grillini, che merita di essere finalmente spiaggiato. E allora sì, viva le elezioni!

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.