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Tutte le mafie lavorano qui. E la Regione Lombardia ha deciso di studiarle bene

Gli incendi di rifiuti, i boschi della droga e non solo. Così la criminalità organizzata si è infiltrata a Milano e dintorni

17 Marzo 2019 alle 06:00

Tutte le mafie lavorano qui. E la Regione ha deciso di studiarle bene

(Foto Pixabay)

È dai lontani giorni del maggio 1974 – quando in via Ripamonti 166 la Guardia di finanza, si dice grazie all’intuizione di un giovane cronista dell’Unità, Mauro Brutto, arresta la primula rossa di Corleone, Luciano Leggio, detto Liggio – che Milano s’interroga sulla presenza e sul ruolo delle mafie sul territorio. Oggi la criminalità organizzata che punta le sue carte dove la crescita del paese è più solida ha forti ramificazioni in Lombardia. Qualche giorno fa la Dda con la procura nazionale antimafia di Cafiero De Raho ha arrestato 19 persone, “da questa inchiesta emerge la presenza di una cellula della ’ndrangheta che operava stabilmente nelle province di Bergamo e Brescia”, ha detto il procuratore. E così, oltre alla Dda e alla magistratura, anche la Regione Lombardia ha messo sotto la lente d’ingrandimento i fenomeni mafiosi, per costruire una rete di protezione, anche sul piano legislativo. Regione Lombardia, grazie a Polis, all’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università di Milano (Cross), ha realizzato un rapporto per offrire un quadro più preciso della situazione.

 

Lo studio è stato voluto dalla Giunta regionale e dalla commissione Antimafia del Consiglio regionale. Chiarisce il ruolo che le organizzazioni mafiose giocano, tra l’altro, nell’ambito dell’economia legale, indicando sia le attività economiche “tradizionali” sia i settori che esse hanno sottoposto a maggiori pressioni e penetrazioni negli anni più recenti, una pluralità di settori: il complessivo ciclo edilizio e dei lavori pubblici; il commercio e il turismo; l’industria del divertimento; la sanità. Senza dimenticare i settori “storici”, come le attività estorsive e usurarie, lo spaccio di sostanze stupefacenti. E accanto alle organizzazioni tradizionali “nazionali” da qualche anno hanno fatto la loro comparsa strutture malavitose collegate a gruppi etnici diversi, come la mafia nigeriana, in larga misura dedita alla droga. La ricerca presenta anche una mappatura del territorio indicando il livello di penetrazione delle mafie, in base gli episodi registrati. La prima è dedicata agli incendi di rifiuti – numerosissimi gli episodi in tutta la Regione – segnale evidente della presenza di discariche abusive e rifiuti tossici. La seconda rilevazione riguarda i boschi della droga, divenuti nuove aree di spaccio. Il boschetto di Rogoredo come il parco delle Groane non sono che la punta di un iceberg.

 

Naturalmente il ciclo del cemento, tanto che (soprattutto nelle regioni centro-settentrionali) lo scioglimento per infiltrazioni mafiose delle amministrazioni comunali è spesso associato a una gestione opaca (a dir poco), delle commesse e degli appalti pubblici nel settore. I dati provenienti dalle forze dell’ordine confermano un sistema di illegalità diffuso nel settore. Nel 2017 sono infatti 3.908 le infrazioni totali calcolate a livello nazionale, le quali registrano un lieve decremento di poco superiore al 10 per cento rispetto al dato riferito all’anno precedente. Quanto al dato complessivo regionale, Legambiente segnala 253 infrazioni, 319 le denunce, 45 sequestri e, dato significativo, nessun arresto. La classifica regionale delle infrazioni accertate nel ciclo del cemento sottolinea la centralità delle regioni a tradizionale presenza mafiosa. La regione Campania guida stabilmente la classifica, con 702 infrazioni, 878 denunce e 243 sequestri. Ma al quinto posto (e prima tra le regioni settentrionali) c’è la Lombardia con 253 infrazioni. 

Daniele Bonecchi

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