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Da “crazy Krizia” a “crisi Krizia”. La proprietà cinese e i licenziamenti in arrivo

La dirigenza ha disdetto il contratto con l’agenzia di pubbliche relazioni più blasonata d’Europa, licenziato il ceo assunto solo sei mesi fa e ora si prepara a “ristrutturare” il personale

15 Luglio 2018 alle 06:16

Da “crazy Krizia” a “crisi Krizia”. La proprietà cinese e i licenziamenti in arrivo

Il negozio Krizia in Via Della Spiga, a Milano (foto LaPresse)

No, forse vendere ai cinesi non è una buona soluzione e i soldi non danno la felicità gestionale. Si profila lo spettro del licenziamento per oltre dieci, ma i sindacati paventano venti, fra i dipendenti di Krizia, in sostanza la metà del personale rimasto dopo l’acquisizione del brand, quattro anni fa, da parte del gruppo Shenzen Marisfrolg, colosso della distribuzione di moda fondato nel 1993 da Zhu ChuongYun. “La crisi del lusso in Cina non ci preoccupa, per Krizia penso invece che potrebbe essere un momento di grande opportunità”, aveva detto due anni fa la tycoon cinese presentando la sua prima collezione nello Spazio polifunzionale del neoclassico Palazzo Melzi d’Eril in via Manin, ricavato tanti anni prima che il concetto andasse di moda da Mariuccia Mandelli e dal marito Piero Pinto. Secondo giudizio unanime, la collezione della signora, che aveva voluto farsi direttore creativo, era assolutamente inguardabile, ma Forbes si era affrettato a collocarla fra le venticinque imprenditrici più influenti del fashion business internazionale grazie al ricco fatturato del suo gruppo distributivo.

 

Le testate di moda si erano sdilinquite sulla sua treccia folta e sul suo aspetto giovanile, dichiarando sicure che dimostrasse vent’anni meno dei suoi cinquanta anagrafici, un po’ nella speranza di accaparrarsi una fetta di quello che avrebbe potuto essere un interessante budget pubblicitario o almeno di eventistica (un cocktail con copertura editoriale di mezza pagina ormai viene proposto a duemilacinquecento euro, bevande e finger food escluso), un po’ per rispetto nei confronti di uno dei primi marchi di pret-à-porter italiano del Dopoguerra. Oggi madame Zhu, con il suo mezzo miliardo di euro di fatturato deve aver deciso di averne abbastanza. Ha disdetto il contratto con l’agenzia di pubbliche relazioni più blasonata d’Europa, Karla Otto, licenziato il ceo assunto solo sei mesi fa, Simona Clemenza (ex Karl Lagerfeld, Blumarine e Ferré) e ora si prepara a “ristrutturare” il personale, come dicono fonti ufficiali interne, cioè ad assottigliarne le fila.

 

Krizia, la “crazy Krizia” celebrata dal Times tanti anni fa, va dunque imboccando la stessa parabola discendente che è toccata ad altri marchi storici, uno per tutti Gianfranco Ferré, frettolosamente venduto al Paris Group di Dubai dopo il tracollo all’inizio del decennio e da allora scomparso, riuscendo a mantenere viva la memoria della sua grandezza solo grazie alla Fondazione e all’archivio, dichiarato di interesse nazionale grazie agli sforzi della presidente, Rita Airaghi. Dal quartier generale continuano a ribadire la volontà di espandere il marchio in Cina “mantenendo in Italia l’allure del brand”. Il Paris Group di Dubai fece la stessa, identica dichiarazione prima di tentare di chiudere i battenti di via Pontaccio, ora venduto al gruppo Paone (Kiton). Come diceva Zhu ChuongYun: “Partiremo con due negozi monobrand a Shanghai e Tianjin, per poi crescere contando sulla forza del network distributivo del nostro gruppo”. Ma la forza distributiva non è sufficiente a garantire il successo. Imporre merce in giro non basta per farla uscire dai negozi: bisogna saper far rinascere ogni volta, ad ogni stagione, il desiderio.

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