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Gestire in modo efficace i rom. Il realismo, non semplice, di Milano

Il centrosinistra che guida la città rimarca la parola legalità e riconosce l’illegalità “che si crea in un campo-ghetto”, spiega la consigliera comunale Diana De Marchi

24 Giugno 2018 alle 06:21

Gestire in modo efficace i rom. Il realismo, non semplice, di Milano

Foto LaPresse

Ci sono i censimenti di destra e quelli di sinistra. Conviene accantonare un attimo la radicalizzazione ideologico-verbale del ministro dell’Interno, Matteo Salvini, e concentrarsi sui fatti e problemi. A Milano fu la giunta Pisapia – con una delibera firmata dall’assessore alla Sicurezza Marco Granelli e quello al Welfare Pierfrancesco Majorino – a proporre il censimento dei rom, sinti e camminanti nel 2012. Certo, in politica contano i toni e gli obiettivi. E anche il sindaco Beppe Sala ha rilanciato sulla questione della gestione dei rom, sposando una linea più dura rispetto alla passata amministrazione: interventi e controlli per scongiurare i micro insediamenti abusivi nelle periferie e, in futuro, la chiusura dei campi rom anche regolari. “Non sono un modello di successo — ha detto il sindaco Sala — né da replicare. Certamente non se ne creeranno altri. Verificheremo più avanti se c’è la possibilità di chiudere anche quelli esistenti”.

 

Stefano Pasta, responsabile del Servizio rom della Comunità di  Sant’Egidio di Milano, osserva: “Un conto è un tweet-slogan, e un altro è un percorso di inserimento dei nuclei familiari che dalle baracche devono essere portati a vivere in un contesto abitativo normale e riuscire a far studiare i minori che non vanno a scuola. E possiamo già contare sui alcuni risultati raggiunti, come 60 nuclei familiari tolti dalle baracche. Il nostro obiettivo punta a un processo di integrazione e non alla stigmatizzazione di un’intera etnia, perché si tratta di un tema complesso”. Anche perché si dice banalmente rom, ma si scrive rumeni, bosniaci, serbi, camminanti italiani e sinti.

 

Il centrosinistra che guida la città rimarca la parola legalità e riconosce l’illegalità “che si crea in un campo-ghetto”, spiega la consigliera comunale Diana De Marchi, voce autorevole sul tema migratorio. Contraddizioni della sinistra a parte, che ha sempre inseguito la destra sul tema della sicurezza, ma con molta difficoltà (e anche un po’ di ipocrisia) come si risolve l’annosa faccenda? Il vicesindaco Anna Scavuzzo spiega al Foglio che va affrontata secondo il criterio del rispetto delle leggi e non attraverso un profilo etnico. “A Milano ci sono 5 campi regolari con 166 famiglie e 642 persone e 4 abusivi con 61 famiglie e 312 persone. Alcuni, come quello di via Bonfadini (peraltro qui sono sinti italiani) costituiscono per esempio un problema per le attività illegali e le difficoltà con i residenti, talvolta aggrediti, che creano seri problemi di convivenza sociale. Così come accade con la banda delle ragazze bosniache dedite ai borseggi in stazione centrale. Il Comune fa delle verifiche sulle residenze, ispezioni e tiene sotto osservazione gli insediamenti più problematici”, spiega Scavuzzo. Senza dimenticare “il disagio creato dai sinti camminanti che vengono dalla Sicilia, dall’Abruzzo, persino dalla Romania da maggio a ottobre con le carovane: molti vengono a rubare negli appartamenti.

 

A Cusago, in Brianza, i cittadini sono estenuati dalla loro presenza. Perciò non nascondiamo i problemi, ma vanno affrontati come una questione di ordine pubblico, non etnica”. Le affermazioni di Salvini hanno provocato un richiamo dell’Unione europea, ma è chiaro che esistono problemi di linguaggio e anche problemi di realtà, che il linguaggio edulcorato della sinistra ha spesso nascosto. Secondo chi lavora all’unità delle emergenze sociali dell’assessorato al Welfare – che con il contributo del terzo settore cerca di far uscire nuclei familiari dai campi, regolari o abusivi che siano per portarli in alloggi e inserire i minori nelle scuole – i fatti sono più duri delle parole. La realtà è che, indipendentemente dall’etnia, chi vive nei campi ha una cultura predatoria che è difficile da scardinare. Inoltre il tasso di successo dell’inserimento è molto basso, considerato che il censimento politicamente corretto che puntava all’educazione e alla legalità è riuscito per ora a risolvere solo parzialmente il problema dell’inserimento dei nomadi sedentari. Secondo i dati dell’assessorato del Welfare forniti al Foglio, negli ultimi 2 anni sono stati avviati a un’autonomia abitativa 50 nuclei familiari e altri 50 verso un lavoro legale, e 500 i bambini inseriti in un circuito educativo nelle scuole. Un tasso basso perché secondo un report del Naga, una associazione impegnata nell’assistenza socio-sanitaria i tutta l’area metropolitana rom, sinti e camminanti sono circa tremila (su 180 mila in tutto il paese), di cui la metà minori. Di queste tremila persone, circa due terzi vive nei vari campi informali, mentre il resto nei sei grandi campi regolari in città o nell’hinterland.

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