Roberto Maroni (foto LaPresse)

Nomi, numeri, incazzature. Lo sciame sismico di Maroni

Fabio Massa

Il passo indietro del governatore scatena la campagna elettorale in vista del 4 marzo: due mesi sono pochi ma sono anche molto lunghi, e i colpi di scena potranno esserci. E allora abbiamo provato a fare il punto

Che confusione / sarà perché ti amo“!” (Ricchi e poveri, 1981). “La politica è un grande amore che non finisce mai” (Roberto Maroni, 2018).

 

GORI DI LOTTA E DI GOVERNO - Comunque vada sarà un successo. Forse. O forse no. Dopo l’addio di Maroni in giro per il Pirellone si registrava euforia negli esponenti di centrosinistra. Giorgio Gori se la può giocare. Che cosa vuol dire per il sindaco di Bergamo? Che se vince governerà la regione più importante d’Italia. E se perde? Se perde bene, cosa possibilissima, se la Lombardia “tiene” e se tiene Milano, Gori potrà essere uno dei protagonisti della ricostruzione del Partito democratico dopo quella che si preannuncia come la grande debacle. Pessimisti all’opera, si intende. Lui, intanto non bada alla politica politicata e tira dritto sapendo che un po’ di complessità ci sono e non di facile risoluzione.

  

 

STAI A GUARDARE IL CAPELLI - E’ chiaro che la Sanità sarà uno dei punti di battaglia tra centrodestra e centrosinistra. Il centrodestra a difendere la riforma di Roberto Maroni e il centrosinistra a dare battaglia sull’attuazione di quella riforma. Malignità di esponenti del centrodestra e ragionamento capzioso: “Come farà Giorgio Gori ad attaccare la riforma della Sanità se avrà in squadra uno come Angelo Capelli, che dal centrodestra pare possa andare a finire nel centrosinistra, che di quella riforma è stato il papà dopo Fabio Rizzi (finito nei guai per la questione dentiere e della Canegrati)?”.

  

FANTASMI A PALAZZO LOMBARDIA - Si erano accomodati su tutte le poltrone, ben sapendo che avrebbero avuto un secondo giro praticamente sicuro sulla giostra regionale. E invece, dopo il gran rifiuto di Robertino I detto Bobo, non sarà così. Se vincerà Gori ovviamente si chiuderà un’èra politica della lunghezza di quelle geologiche (includendo Formigoni). E se vincerà Attilio Fontana, qualcosa cambierà comunque. Anche perché Fontana è un amministratore, e ha nel suo curriculum il fatto di essere stato vicepresidente di Fiera Milano. Vuol dire che sa da vicino come funzionano le aziende regionali. Da vicinissimo. E sa che sono la vera cerniera per agire a livello amministrativo su trasporti (Fnm-Trenord), sanità, innovazione tecnologica (Lombardia Informatica), appalti (Arca), esposizioni (Fondazione Fiera e Fiera spa), case popolari (il sistema delle Aler) e altro. Alcuni non rischiano niente, perché stimano (ricambiati) il possibile prossimo governatore leghista. Per altri, invece, la storia è molto diversa. Tanto che l’agitazione che si registra nei bar di Palazzo Lombardia, in questi giorni, è palpabile. Uno di quelli tranquillissimi, quasi serafici, è il potentissimo attuale assessore al Bilancio Massimo Garavaglia. Lui ha gestito con mano ferma i conti di Regione per cinque anni, ricavandone anche qualche malanno. Potrebbe andare a Roma, ma non se ne fa un cruccio: “Al massimo so anche riparare le tapparelle. Sono figlio di un falegname e mi sono pagato gli studi al liceo facendo il muratore”. Applausi.

 

LA DOCCIA GELATA - I numeri girano furiosamente. Il centrosinistra aveva diffuso quelli che davano Roberto Maroni vicinissimo a Giorgio Gori, solo sei punti sopra. Poi Maroni si è levato dalla competizione e il centrosinistra ha esultato: ce la possiamo fare. Quindi è arrivata la Ghisleri e Berlusconi, con un sondaggio che dà il centrodestra in vantaggio di 12 punti con Attilio Fontana. Il Pd? In tracollo verticale. Il Movimento cinque stelle? Fermo ai valori di cinque anni fa o poco più. Liberi e Uguali? Al 2 per cento, sotto la soglia di rilevazione e comunque fuori dal Consiglio regionale. Insomma, una vittoria assoluta del centrodestra. Si vedrà alle urne: due mesi di campagna elettorale sono pochi ma sono anche molto lunghi, e i colpi di scena potranno esserci.

 

MARONI A PUNTINO - Lui, Bobo, continua a spergiurare di aver avuto l’accordo, di aver informato il suo segretario federale, Teo. Di essere sempre stato onesto e leale. Ora però, Matteo Salvini a Roberto Maroni non vuole neppure più candidarlo al Senato, e a quella poltrona di presidente (non del Consiglio, ma del Senato) che sarebbe stato un obiettivo secondario raggiungibile e di prestigio. Non si fida, Salvini. E che cosa succederà adesso? Potrebbe semplicemente succedere che Roberto Maroni, messo nell’angolo politico dal segretario federale, inizi la sua battaglia nella Lega fin da subito. Il problema sono le truppe: i maroniani sono molto arrabbiati con il loro ex capo. La rinuncia alla Lombardia li ha messi tutti a rischio. E rischiare non piace a nessuno.

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