Il mistero della città dei libri che vale tanto ma si vede poco

Stefania Vitulli

Torna BookCity, il maggior successo di pubblico in Italia. E intanto Tempo di Libri si ripensa. La candidatura Unesco

Eppure muove. Ma non è capace di parlarsi addosso. Il milanese è così: se parla si imbruttisce, quindi preferisce il risultato e pedalare. Metti la Milano di BookCity 2016: ha fatto oltre 160 mila visitatori. Però poi la crema culturale italiana parla e sparla solo di Mantova – che questo settembre è scesa a 122 mila dai 135 del 2016 – e della guerra con il Salone di Torino, che pur nell’edizione boom del maggio scorso non ha superato i 140 mila biglietti staccati al Lingotto. Insomma a numeri Milano muove il mondo dei libri come e più degli altri, ma per darsi un tono da capitale della cultura suda al tornio come nemmeno alla Breda cent’anni fa per consegnare la millesima locomotiva alle FS.

 

“L’argomento mi appassiona perché ci lavoro da tanti anni” commenta Luisa Finocchi, direttrice della Fondazione Mondadori e responsabile per le scuole di BookCity. “Nel dna di Milano c’è una differenza nel fare cultura, uno stile della casa che è solo milanese. Questa è la città dove da Bianciardi a oggi ci sono i professionisti dell’editoria: illustratori, grafici, librai, traduttori, editor, service, per non parlare degli autori. Tantissimi i luoghi segnati dall’editoria: la sede Touring dell’Ottocento, la Mondadori di Niemeyer, la Domus a Rozzano, la Feltrinelli di oggi: questa è l’identità di Milano. Ma ha ancora bisogno di essere svelata. Milano deve rivendicare il suo orgoglio di città che legge e la candidatura a città creativa Unesco per la letteratura vuole proprio mettere in rete tutti gli attori. BookCity poi ha una formula unica: nasce dai luoghi e dà voce alla città che legge e produce lettura e lettori. Le scuole? Non le portiamo in fiera per tre giorni, ma lavoriamo con loro tutto l’anno”. Tuttavia il passaparola di autorevolezza territoriale fa fatica a partire: il novembre della BookCity 2017 è alle porte, han presentato il programma, verrà un sacco di gente, ma tra le tensostrutture da evento che si moltiplicano e i Nobel per la Letteratura ospiti che svolazzano, stentano a decollare quell’empatia gianduiotti e tajarin che circonda il maggio torinese o quell’aria da dibattito sciccoso a piedi scalzi e camicione alla Terzani che aleggia ogni settembre a Mantova. Il matrimonio tra i libri e Milano è riuscito, lo dicono gli editori, i librai, persino i bibliotecari, e però i due fanno fatica a dirsi “ti amo”.

 

Perché i visitatori sentono la città freddina, digitale e asettica: vengono, guardano, magari comprano, ma poi tornano a leggere a casa, mica al Gin Rosa. Mentre il libro, si sa, è prima legno, tabacco, cioccolata e un buon bicchiere e solo per comodità ebook. “BookCity nasce perché Milano è una capitale del libro e della lettura secondo tutti i dati di tutte le statistiche, ma tutto questo fino a poco tempo fa era visibile solo per chi si leggeva i dati e le statistiche”, spiega Oliviero Ponte di Pino, il torinese responsabile del palinsesto BookCity dalla prima edizione, che ha contribuito a farne il più grande evento letterario d’Italia. “BookCity ha reso visibile e palpabile tutto questo e lo ha fatto con parole d’ordine milanesi”. Ovvero? “Pragmaticità: qui la gente si mette lì e fa le cose. Tessuto culturale diffuso: gli eventi sono prodotti da associazioni, consigli di zona, esercizi commerciali. Intelligenza: gli attori della filiera rendono un programma vasto e impenetrabile comprensibile e funzionante. Massa critica: un sistema di librerie e biblioteche che funziona”. Tutte parole dell’imprenditoria: dove sono poesia e fiction, che possano conferire a tutto questo movimento produttivo un fascino “letterario”? “No, guardi, qui il sogno di riferimento casomai è un altro: la Fiera Campionaria, dove c’era tutto. La grande differenza di BookCity rispetto agli altri eventi letterari italiani è che è pop e vuole esserlo, per portare al libro quel 60 per cento che non ne compra mai e quell’80 per cento che non va a teatro e nei musei. Io stesso mentre facevo BookCity capivo cos’era e che cosa poteva essere”.

 

E questa è la cifra del milanese: innovare facendo. Nella primavera prossima ad esempio ci riprova con Tempo di Libri Andrea Kerbaker, luogo di nascita Milano, quasi vent’anni in più sulle spalle, una Kasa dei Libri (praticamente un manifesto culturale, per Milano) e una direzione del Premio Bagutta in più, oltre a un passato da organizzatore culturale, come ama definirsi: “La Milano degli eventi editoriali funziona, dalla Milanesiana alla Sormani, dalla Fondazione Feltrinelli a BookCity. Il fatto è che qui l’evento è quotidiano, mica una cosa eccezionale. Qui a fare editoria si lavora tutti i giorni, con decine di presentazioni, tutte pienissime, dalle librerie al Franco Parenti. Ecco spiegato perché la vivacità culturale di Milano non fa notizia. Non abbiamo bisogno di grandi annunci perché la forza viene anche e soprattutto dai privati: l’imprenditore che ha riscattato tutte le opere del Bagutta e non ha voluto nemmeno svelarsi, Skira che si è inventata il mondo delle mostre, la stessa società di Tempo di Libri, unione di FieraMilano ed editori. E persino il Fai, così strutturato che all’estero pensano che sia pubblico. A identità culturale quindi andiamo fortissimo: è su immagine e reputazione che c’è bisogno di pedalare ancora e il 31 ottobre, data in cui il verdetto Unesco potrebbe dare l’imprimatur alla città che legge, è alle porte.

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