L’uscita regolare della propaganda ha convinto migliaia di adolescenti tunisini, perditempo europei e fanatici sauditi che l’Isis era davvero un’entità funzionante e uno stato efficiente

Isis blackout

Daniele Raineri
Sermoni, esecuzioni, assalti armi in pugno, insulti ai cadaveri: fino a poche settimane fa, una abbuffata per un’audience globale. Ma il flusso torrenziale della propaganda si è quasi arrestato da quando i droni americani hanno trovato e ucciso due capi dello Stato islamico.

Cominciamo con un luogo comune bello solido. Si dice di solito che i gruppi che combattono il jihad sono come un’idra dalle molte teste: bestia mitologica difficilissima da combattere, perché le mozzi una testa e quella ricresce, uccidi un leader e qualcuno prende il suo posto, e insomma c’è poco da fare. Qualche anno fa uno studio che s’intitolava “La strategia della decapitazione” provò in modo scientifico che dare la caccia ai leader dei terroristi non funzionava: per quanto i bombardamenti mirati americani riuscissero a eliminare in sequenza i capi più importanti, quelli erano subito rimpiazzati da altri capi, in taluni casi anche più feroci e volenterosi. Insomma, è persino controproducente. Questa teoria dell’idra è in genere considerata ancora vera, tuttavia negli ultimi due mesi quello che sta succedendo dentro lo Stato islamico potrebbe costringere gli analisti a rivederla e cambiare le proprie convinzioni.

 

Fino a poche settimane fa lo Stato islamico pubblicava come minimo un paio di nuovi video ogni giorno, a volte di più, quasi senza pause, costringendo gli osservatori che seguono con attenzione il gruppo a un’abbuffata permanente di propaganda. Sermoni, esecuzioni, assalti armi in pugno, insulti ai cadaveri dei nemici (kalb! cane! è il più frequente), corsa nel deserto con i pick up e via a ricominciare. Tra gennaio 2015 e agosto 2016 il gruppo estremista ha messo su internet circa novemila pezzi di propaganda visiva: 875 video e migliaia di gallery di foto (le foto singole sono circa 55 mila) secondo uno studio del centro antiterrorismo di West Point che è uscito la settimana scorsa (e che ha un titolo accattivante, “Communication breakdown”, come la canzone dei Led Zeppelin) .

 


Una delle immagini propagandistiche dello Stato islamico


 

I video durano in media otto minuti e trentasette secondi, ma il più lungo arriva a cinquattotto minuti e quattro secondi (la conquista di Ramadi nel maggio 2015) e sono distribuiti su internet in alta definizione. Chi vuole tenere il passo dei propagandisti dello Stato islamico deve mettere in conto un certo tempo di visione ogni mese e per ora siamo arrivati a centoquaranta ore di video in totale (come seguire quattordici stagioni di “Game of Thrones” in arabo in un anno e mezzo) più il tempo del download e tanti giga consumati. Senza considerare i video degli anni precedenti, che pure andrebbero visti, per avere un po’ il contesto di cosa è successo.

 

Se anche si supera lo sgomento per il sangue e la violenza, entrambi glorificati nei video dello Stato islamico (al punto che in certe foto il colore rosso è saturato digitalmente per essere più vivido), ci sono da mettere in conto tantissime scene ripetitive. Per esempio il gesto archetipico di un combattente che lascia partire una gragnuola di colpi dalla sua mitragliera antiaerea montata sul retro di un pick up mentre gli “Allahu akhbar” si levano nel cielo di Ramadi è identica anche a Sirte, a Deir Ezzor, a Raqqa, a Mosul e in tanti altri posti e c’è sempre la tentazione di saltare e mandare avanti. Però c’è sempre anche il timore di mancare il dettaglio essenziale, il volto cruciale, la minaccia che poi si rivelerà importantissima un paio di mesi dopo.

 

A essere precisi, non ci sono soltanto sangue e combattimenti. Lo Stato islamico a partire dal 2014 ha tentato di enfatizzare le sue qualità di buon governo, per così dire: per questo motivo la percentuale di video a tema militare si è abbassata al cinquanta per cento, e le scene orrende che sono diventate il marchio di fabbrica del gruppo sono presenti in circa il dieci per cento dei video. Il resto è dedicato a convincere l’audience globale che gli ultraislamisti sanno anche come asfaltare una strada e come distribuire la beneficenza ai poveri sulla porta delle moschee (il resto del mondo, comprensibilmente, si concentra più sugli altri messaggi: morte e distruzione).

 

Ecco, tutto questo era vero fino alla fine di settembre e ora non lo è più. La routine scarica-e-controlla i video è quasi ferma, perché ormai da circa un mese la produzione di video a getto continuo da parte dello Stato islamico si è interrotta. Escono ancora nuovi filmati, ma il ritmo oggi è di circa uno nuovo ogni settimana. Escono ancora fotografie, ma sono meno e comunque più facili da gestire. Dove prima c’erano case di produzione media agguerritissime e fecondissime che producevano filmati, oggi c’è quasi silenzio. Dove prima correva un torrente difficile da domare, ora viene giù un filo d’acqua soltanto.

 

Questo cambio di passo è un indizio e forse qualcosa di più: un segnale importante, perché in genere è difficile capire cosa succede per davvero dentro lo Stato islamico. E’ un mondo chiuso, a cui i giornalisti non hanno accesso, dove le testimonianze verso l’esterno sono proibite, l’isolamento è incoraggiato e se non basta è imposto con brutalità. A tratti escono voci incredibili di ammutinamenti, di ribellioni, di colpi di stato, di complotti, ma appunto sono voci incredibili. Come si fa a sapere davvero se un leader dello Stato islamico si è ribellato al capo Abu Bakr al Baghdadi a Mosul per anticipare l’arrivo dei liberatori da fuori e ha tentato una rivoluzione spenta poi nel sangue, come pure ha scritto Reuters in una sua esclusiva di ieri? Non si può. Certo, ci sono fuggitivi e disertori che attraversano il confine e raggiungono il resto del mondo, ma i loro sono racconti sempre frammentari e in qualche caso pure dubbi.

 

Per esempio, a fine agosto il New York Times ha pubblicato l’intervista a un disertore tedesco, Harry Sarfo, che descriveva le violenze commesse dai suoi compagni nelle strade di Palmira e a cui lui non avrebbe partecipato. Erano gli altri, diceva, a uccidere i prigionieri davanti alla telecamera, io assistevo soltanto e questo creava una pressione enorme su di me, mi chiedevano “Perché non lo fai anche tu?”, tanto che poi sono scappato. Eccomi qui in cella a raccontarvi quanto erano bestie i miei ex compagni. Salvo che qualche settimana dopo lo Stato islamico ha mandato al Washington Post (contro uno scoop del New York Times, un controscoop del WaPo: questa è gente che legge) un video che mostra anche Harry Sarfo con la pistola in mano durante l’uccisione di due prigionieri in strada. Qualsiasi fosse la strategia difensiva concordata con l’avvocato, dovrà esssere rivista dopo la visione di un gruppo di foreign fighter, Sarfo incluso, che in nemmeno un minuto spinge nel mezzo di una via un paio di soldati siriani e li crivella di colpi.

 

Difficile dunque capire davvero cosa succede all’interno dello Stato islamico. Questo calo brusco nella produzione di video per la prima volta ci dice però qualcosa, conferma che c’è davvero una crisi interna. Prima il settore media riusciva a mettere su internet decine di video a settimana, ora langue. Prima di cosa, per essere precisi? Il 30 agosto un drone americano ha trovato e ammazzato dentro un veicolo a est di Aleppo uno dei capi storici dello Stato islamico, Abu Muhammad al Adnani, che tra gli altri suoi compiti controllava il settore media. Il 7 settembre un altro bombardamento mirato contro una casa di Raqqa ha ucciso Abu Muhammad al Furqan, conosciuto anche come “il dottor Wael al Rawi”, gran sodale di Adnani – ucciso otto giorni prima – e capo dell’Ufficio centrale dei media. Non era un comandante di medio livello, ma il capo supremo di tutta la propaganda. Il necrologio dello stato islamico parla proprio di diwan al markazi, “ufficio centrale” (dove diwan, ufficio, luogo in cui in genere ci si siede e ci si consulta, ha generato la nostra parola: divano. Digressione etimologica).

 

Quando la settimana passata i due candidati alla presidenza americana, Donald Trump e Hillary Clinton, hanno nominato la sventurata città siriana di Aleppo durante il secondo dibattito in televisione, sul sito del dizionario inglese Merriam Webster c’è stata un’impennata di ricerche a proposito di “lepo”: molti americani credevano che i due candidati stessero parlando di “a lepo”, un qualche oggetto misterioso chiamato “un leppo”. In un mondo che si chiede sbigottito “What is Aleppo?”, la notizia della morte a distanza di pochi giorni di al Adnani e di al Rawi è stata a malapena menzionata dai media. Ma i due erano i creatori del sistema industriale di produzione video che ci ha orripilato in questi anni. Ecco alcuni filmati famigerati messi in ordine cronologico.

 

L’apparizione in pubblico di Abu Bakr al Baghdadi per pronunciare un sermone nella Grande Moschea di Mosul nel luglio 2014. I video delle decapitazioni di ostaggi occidentali da parte di Mohammed Emwazi, aka Jihadi John, cominciati nell’agosto 2014. Il video del rogo del pilota giordano nel gennaio 2015. Il video della decapitazione su una spiaggia libica di ventuno ostaggi copti nel febbraio 2015. E si può continuare. Tutta questa mole di prodotti, a cui vanno aggiunti anche le riviste in inglese come Dabiq, o in turco come Kostantiniyye, o in arabo come al Naba, e i dispacci dell’agenzia Amaq, era il parto dei due capi eliminati dagli americani nel giro di pochi giorni.

 


Abu Bakr al Baghdadi (foto LaPresse)


 

L’uscita dei messaggi di propaganda non era lineare, seguiva lo stato di salute dello Stato islamico. Il picco è stato nell’agosto 2015, un anno dopo i fasti della conquista di Mosul, quando il gruppo era quasi al massimo della sua espansione territoriale e cominciava già a perdere qualche pezzo. Ad agosto 2016, con più di un quarto del territorio perduto, le uscite sono state 194, il numero più basso. Il numero medio di uscite per mese è di 456. Questo vuol dire che ancora prima che gli americani trovassero e uccidessero i due capi c’era aria di crisi editoriale (d’altronde, dove non tira?).

 

Stesso discorso vale per la propaganda su Twitter, che è scesa al suo punto più basso, dalle vertiginose altezze raggiunte negli anni passati: durante l’età dell’oro, diciamo così, lo Stato islamico riusciva a piazzare centocinquantamila tweet di propaganda al giorno, in tante lingue diverse. Il merito in questo caso va però alle campagne di disinfestazione che con regolarità eliminano gli account troppo attivi. Scriveva l’egiziano Ayman al Zawahiri, capo di al Qaida, ora caduto in disgrazia con lo Stato islamico ma pur sempre un’autorità: “Metà della battaglia si combatte nel campo dei media”. E lo scriveva in una lettera al giordano Abu Mussab al Zarqawi, padre in Iraq del gruppo che pochi mesi dopo la sua morte diventerà lo “Stato islamico” anche nel nome. Per questo motivo, la crisi del comparto media e video dello Stato islamico di oggi è il preludio, o il contorno, di una crisi politica e militare. I video sono stati il grande strumento di reclutamento che ha persuaso più di quarantamila volontari – numero dato dal dipartimento di stato americano – a raggiungere lo Stato islamico per combattere.

 

L’uscita regolare della propaganda ha convinto migliaia di adolescenti tunisini, perditempo francesi, fanatici sauditi e altri appartenenti allo smisurato bacino di reclutamento dello Stato islamico dalla Spagna al Caucaso che il gruppo era davvero un’entità funzionante, con una reale capacità di controllare territorio e di creare uno stato efficiente. Secondo le testimonianze dei disertori non era vero, era chiaro fin da subito, ma quelle erano sparse e scarne, perdipiù riportate sui media infedeli – che fanno il gioco dei nemici dello Stato islamico.

 

I video e la propaganda continuavano invece vividi e ben confezionati. E quando uscivano secondo uno schema puntuale mantenevano in vita l’illusione che l’espansione guidata da Abu Bakr al Baghdadi sarebbe durata per sempre e non si sarebbe mai invertita, che nuovi territori e nuove reclute si sarebbero aggiunti (il numero dei volontari è ora un decimo, rispetto ai picchi del 2014). Viene in mente un aneddoto raccontato da David Kilcullen, un militare e antropologo australiano che fu arruolato come consigliere del generale David Petraeus durante la guerra in Iraq. Un commissario di polizia iracheno gli disse di avere visto i giovani del suo paese in piazza a ballare con le radio al suono di musica proibitissima, di averli avvicinati e di avere chiesto: “Che ne è della vostra infatuazione per al Qaida? Eravate tutti islamsiti l’anno scorso”. Risposta: “Quella era una cosa così 2008, fratello”.

 

Oltre a sfatare il mito dell’inevitabilità della vittoria di Baghdadi davanti alla massa degli osservatori arabi e musulmani, la crisi editoriale dimostra anche – per ora – che la teoria dell’idra non è sempre vera. “Tutti sono utili, nessuno indispensabile”, è un motto consolatorio per aziende che perdono talenti, è chiaro che lo Stato islamico ha perso sotto i missili americani due pezzi importanti che non sono così facili da sostituire, soprattutto mentre una vasta gamma di nemici che va dai curdi siriani alle milizie sciite si fa sempre più vicina a Mosul e a Raqqa. Al Adnani e il suo sodale, il dottor al Rawi, erano due leader con esperienza decennale nel loro campo. C’erano ai tempi di Zarqawi, avevano più esperienza dello stesso Abu Bakr al Baghdadi, erano sopravvissuti alla crisi dello Stato islamico nel 2010. Saranno sostituiti, ma chi lo farà potrebbe non avere lo steso carisma e le stesse qualità.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)