Giorgio Parisi (foto Ansa)

paradossi

I primi a delegittimare i magistrati sono i testimonial del No

Ermes Antonucci

I magistrati? Inadeguati a far parte del Csm. I giudici? Piegati alla giurisprudenza imposta dalle grandi aziende. I pm? Pronti a diventare superpoliziotti e a perseguire i più deboli. A non credere all'indipendenza della magistratura, paradossalmente, è proprio chi si oppone alla riforma Nordio

I magistrati? Inadeguati a far parte del Consiglio superiore della magistratura e ad assumere decisioni sulla carriera dei colleghi. I giudici? Piegati alla giurisprudenza imposta dalle grandi aziende. I pm? Pronti a diventare superpoliziotti e a perseguire i più deboli. Sono questi i principali slogan che continuano a essere lanciati, paradossalmente, proprio da chi sostiene il No al referendum sulla giustizia e pretende di elevarsi a difensore della magistratura. Una delegittimazione surreale della categoria di cui si vuole difendere lo status quo. L’assemblea per il No tenutasi lo scorso sabato a Roma è stata da questo punto di vista emblematica. L’incontro è stato promosso dalla Cgil e da una marea di associazioni (come Anpi, Libera e Legambiente) e ha visto la partecipazione dei principali leader del centrosinistra (Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni), oltre che di testimonial come il premio Nobel Giorgio Parisi, Tomaso Montanari, Maurizio De Giovanni, l’ex pm Gherardo Colombo. Tutti hanno denunciato in coro la perdita di indipendenza della magistratura nel caso in cui la riforma Nordio venisse approvata al referendum. Ma se si ascoltano con attenzione i loro interventi ci si accorge che sono proprio loro i primi a non credere all’indipendenza dei magistrati, oggi.

 

Questa singolare sfiducia nei magistrati emerge chiaramente innanzitutto negli interventi in cui si critica l’introduzione del sorteggio come metodo di scelta dei componenti dei due futuri Csm. Per il premio Nobel Parisi, ad esempio, “la scelta del sorteggio è demenziale in quanto evita che ci siano nel Consiglio superiore della magistratura magistrati di prestigio, che siano esperti di tutte le questioni sottili, e la scelta di persone a caso rende l’autorevolezza del Consiglio estremamente più debole”. Insomma, Parisi sostiene chiaramente che il magistrato sorteggiato, e non scelto tramite le elezioni dominate dal gioco correntizio, è un magistrato incapace e che contribuisce a ridurre l’autorevolezza del Csm.

 

Una considerazione profondamente critica della competenza dei magistrati, replicata anche dall’ex pm Gherardo Colombo (“Col sorteggio si fa sì che nel Csm arrivi qualsiasi magistrato, magari assolutamente impreparato a svolgere quel compito”) e persino dalla segretaria del Pd, Elly Schlein (“Quale garanzia di autonomia e di competenza può offrire un organo di autogoverno sorteggiato?”). Insomma, secondo i sostenitori del No soltanto la copertura delle correnti può garantire al magistrato le capacità per decidere al Csm su promozioni, trasferimenti, nomine e valutazioni dei propri colleghi. Una tesi, oltre che offensiva nei confronti della categoria, che contrasta proprio con le statistiche che vedono il 99 per cento dei magistrati ottenere valutazioni di professionalità positive dai consigli giudiziari e dal Csm (sulla base dei parametri di capacità, laboriosità, diligenza e impegno). 

 

Ma la delegittimazione della magistratura da parte degli oppositori della riforma Nordio emerge anche in tema di separazione delle carriere. E’ molto diffusa l’idea che, con le carriere separate, il pubblico ministero diventerà un “superpoliziotto”. Per Gianfranco Pagliarulo, presidente dell’Anpi, “aumenterà l’accanimento giudiziario per alcuni reati e di conseguenza il rischio di errori”. Secondo il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, “sarà più facile condannare chi è più debole e difficile condannare chi è più forte”. Insomma, per i sostenitori del No i pm non vedono l’ora di sganciarsi dalla carriera unica per perseguire i più deboli della società. Un’immagine impietosa del pubblico ministero. 

 

Allo stesso tempo, in modo contraddittorio, sempre Parisi, Colombo e anche Montanari hanno affermato che in caso di separazione delle carriere la magistratura non indagherà più nei confronti dei “potenti” e dei politici come oggi. Dunque i pm sarebbero dei conigli, pronti a piegarsi al volere dei potenti, nonostante la Costituzione continui a garantire loro autonomia e indipendenza.

 

Ma l’apice l’ha raggiunto il giallista Maurizio De Giovanni, dicendo che a causa della riforma “il giudice si adatterebbe alla giurisprudenza consolidata, che come sempre è consolidata attorno ai grandi uffici legali delle grandi aziende”. Un’affermazione allo stesso tempo surreale e gravissima che meriterebbe una presa di posizione dell’Associazione nazionale magistrati in difesa dei giudici (in particolare quelli di Cassazione), se non addirittura l’apertura da parte del Csm di una delle sue famose pratiche a tutela delle toghe. Il colmo. 
 

  • Ermes Antonucci
  • Classe 1991, abruzzese d’origine e romano d’adozione. E’ giornalista di cronaca giudiziaria e studioso della magistratura. Ha scritto "I dannati della gogna" (Liberilibri, 2021) e "La repubblica giudiziaria" (Marsilio, 2023). Su Twitter è @ErmesAntonucci. Per segnalazioni: [email protected]