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il caso

Al processo Open Arms Salvini fa un comizio, ma sui fatti del 2019 cade in contraddizione

Ermes Antonucci

Il leader della Lega è imputato di sequestro di persona e rifiuto di atti d'ufficio per il ritardato sbarco di 147 migranti. Ascoltato dai giudici, alla fine ha dato ragione a Conte e Di Maio, che lo hanno accusato di aver gestito il caso in completa autonomia

Un’ora di dichiarazioni spontanee, che a tratti sono sembrate più un comizio che un intervento in sede giudiziaria. Così il leader della Lega Matteo Salvini ha affrontato oggi l’udienza del processo Open Arms, in corso nell’aula bunker dell’Ucciardone a Palermo, dove è imputato per sequestro di persona e rifiuto d’atti d'ufficio per aver ritardato (per 19 giorni) lo sbarco di 147 migranti a bordo della nave della ong spagnola, nell’agosto del 2019 quando era ministro dell’Interno. “Mi faccio coscientemente carico di quello che abbiamo fatto con risultati assolutamente mai raggiunti, né prima né dopo, non solo in termini di contrasto al traffico di esseri umani ma in termini di vite salvate”, ha detto Salvini, aggiungendo: “Negli anni 2018 e 2019, l’oggettività ci fa dire che si è ridotto il numero di morti e dispersi in mare come mai era accaduto prima e dopo”. Insomma, un miracolo politico.

 

Ma non basta. “Io tutelavo la sicurezza nazionale, come dimostra il fatto che almeno tre episodi delittuosi in Francia, Germania e Belgio sono imputabili a persone sbarcate a Lampedusa”, ha affermato Salvini, attaccando indirettamente Luciana Lamorgese, che poi prese il suo posto al Viminale. Terminati i proclami, Salvini è entrato nel merito delle accuse su Open Arms. Ed ecco che è caduto in una contraddizione gigantesca

 

Nel corso delle sue dichiarazioni e anche rispondendo alle domande di procura e tribunale, l’attuale ministro delle Infrastrutture ha affermato più volte che all’epoca “nella maggioranza c’era una politica condivisa sulla gestione dei fenomeni migratori”, che consisteva nel “non concedere il Pos (porto sicuro, ndr) prima di aver chiuso l’accordo con gli altri paesi europei sulla redistribuzione” dei migranti, come “una sorta di pressione. Ogni mia scelta è stata presa collegialmente con il presidente del Consiglio Conte e il ministro dei Trasporti Toninelli e da loro fortemente rivendicata”, ha ribadito. 

 

Improvvisamente, però, Salvini ha sottolineato: “Conte ha condiviso tutte le scelte di politica migratoria tranne quella relativa all’Open Arms e questo si spiega facilmente se si pensa che tra l’8 e il 9 agosto si era aperta la crisi di governo con la mozione di sfiducia al premier”. “Per i 5 Stelle quello che ho fatto con la Diciotti andava bene, quel che ho fatto con la Open Arms no. Ma la verità è che il problema era politico”, ha ripetuto. Insomma, Salvini ha detto che le sue scelte furono sempre condivise dal governo, tranne quelle su Open Arms, che è esattamente quanto sostenuto nei mesi scorsi davanti ai giudici dall’ex premier Giuseppe Conte e dall’ex vicepremier Luigi Di Maio, che hanno attribuito di fatto a Salvini tutte le responsabilità su quanto avvenuto in quell’occasione.

 

Entrambi hanno evidenziato l’assenza di interlocuzione con il titolare del Viminale nelle ore più delicate del caso Open Arms. Di Maio si è spinto ad affermare: “Non capivamo perché si dovesse rifiutare il Pos sapendo che c’erano paesi europei pronti ad accogliere i migranti. L’unico motivo era aumentare il consenso in campagna elettorale”. 

 

Alla faccia della “gestione condivisa”, dunque, alla fine Salvini ha confermato ai giudici che fu lui a decidere, in maniera autonoma, sul caso Open Arms. Il leader della Lega ha assicurato che tutto fu fatto “secondo le convenzioni internazionali”. Sarà il tribunale a verificarlo.