“La giustizia al tempo dei migliori”, cronaca di un dibattito giustizialista

Ermes Antonucci

Alla festa del Fatto quotidiano va in scena un incontro slegato dalla realtà, non solo nei numeri, ma anche nell’individuazione dei veri problemi della giustizia italiana.

Piercamillo Davigo, Nicola Gratteri, Roberto Scarpinato. Più che un dibattito, quello andato in scena domenica pomeriggio alla festa del Fatto quotidiano è sembrato un film dell’orrore (confermato dall’inquietante locandina dell’evento in bianco e nero), con protagonisti tre fra i principali simboli del giustizialismo italiano. Titolo dell’incontro: “La giustizia al tempo dei migliori”. Inutile dire che i “migliori” oggetto di critica e di ironia dall’universo del Fatto sarebbero gli attuali governanti. E inutile dire che le attenzioni del trio forcaiolo si siano concentrate soprattutto sulla riforma del processo penale elaborata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia, quella che prevede la velocizzazione dei processi e l’estinzione dei procedimenti che superano la durata di due anni in appello (tre per i reati più gravi) e uno in Cassazione (o 18 mesi).

“Si estingueranno tutti i processi”, attacca subito l’ex pm di Mani Pulite, Piercamillo Davigo, paventando di fatto l’estinzione di addirittura un milione di procedimenti (quelli definiti in Italia ogni anno). “Il 50 per cento dei processi non si celebrerà”, afferma però dopo il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Insomma, immediatamente si ha la conferma di assistere a un dibattito del tutto slegato dalla realtà, non solo nei numeri ma anche nell’individuazione dei veri problemi della giustizia italiana (tanto che nessun ospite fa mai cenno al principio – costituzionale – della ragionevole durata del processo). Ma a toccare l’apice della fantasia è Roberto Scarpinato, fino a pochi mesi fa procuratore generale di Palermo (oggi sostituto). La riforma Cartabia è solo l’ultimo tentativo della classe politica di garantirsi l’impunità, sostiene il magistrato, prima di lanciarsi in una particolare analisi della società italiana che vale la pena riportare. “C’è un’ampia parte di questo Paese, trasversale alle varie classi sociali, che per motivi diversi non ha interesse a una giustizia che coniughi garanzie ed efficienza”, afferma Scarpinato. Il pm dice di fare riferimento innanzitutto alla “vastissima area della cosiddetta illegalità di sussistenza: migliaia e migliaia di masse popolari, condannate al degrado e alla povertà irreversibile dalle politiche neoliberiste di questi anni, e che usano l’illegalità come mezzo per mettere insieme pranzo e cena”, dai parcheggiatori abusivi a “quelli inseriti nella filiera della criminalità organizzata”. Tutta colpa del neoliberismo, dunque, anche la mafia: senza le politiche neoliberiste – questa la tesi di Scarpinato – non avremmo poveri e, di conseguenza, personale con cui alimentare la filiera della criminalità organizzata.

 

Ma il meglio non è ancora arrivato. Dopo l’illegalità di sussistenza, secondo Scarpinato viene l’“illegalità diffusa”, quella che va dall’evasione fiscale all’abusivismo edilizio: “Una risorsa, un immenso serbatoio elettorale conteso da tutte le forze politiche, che fanno a gara per proporre senatori e indulti”. Infine c’è “la criminalità delle nostre classi dirigenti”, che – afferma Scarpinato – “sono fra le più corrotte del mondo, che sono state fra le più violente del mondo, che hanno impedito, dalla strage di Portella della Ginestra sino a quelle del ‘92-‘93, di scoprire i mandanti delle stragi, e che sono compromesse in modo sistematico con la criminalità organizzata”. Affermazioni a dir poco singolari, ancor di più se si considera che provengono da un magistrato che per quarant’anni ha condotto inchieste anche contro politici ed esponenti delle istituzioni accusati di essere collusi con la mafia (o di aver trattato con essa).Attaccata la riforma Cartabia, però, il confronto organizzato dal Fatto prosegue senza tanti slanci, in maniera stanca, quasi di riflesso all’affaticamento anagrafico dei suoi protagonisti. Davigo è in pensione da un anno e con i suoi continui esempi paradossali sulla giustizia che non funziona è sempre più indistinguibile dal Davigo imitato da Crozza. Scarpinato andrà in pensione a gennaio al compimento dei settant’anni. Continua a vedere complotti criminali ovunque (tanto da affermare che “il 30-40 per cento dei fondi europei finirà nel buco nero della corruzione e dei sistemi criminali”), ma lo fa con un affanno non metaforico. Gratteri, 63 anni, è il più giovane del trio, in cerca di un ultimo incarico di livello (la procura nazionale antimafia?). La platea del Fatto ascolta, ma stavolta con pochi applausi e poco entusiasmo.

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