Giuseppe Gulotta (screenshot di una puntata di Omnibus, La7)

Giustizia ingiusta

Redazione

Il caso di Gulotta, scarcerato dopo 36 anni, ricorda l’importanza dello stato di diritto

In commissione Anfimafia per la prima volta, e ne va dato atto al presidente Nicola Morra, è stato ascoltato un ex ergastolano, vittima di un gravissimo errore giudiziario. Giuseppe Gulotta, accompagnato da Nicola Biondo, il giornalista che per primo ha raccontato la sua storia, era stato condannato per la strage di Alcamo Marina del 1976, quella in cui vennero uccisi di notte due carabinieri all’interno di una stazione dell’Arma. Il 13 febbraio 2012, a 36 anni esatti dal suo arresto, Gulotta è stato scarcerato e poi assolto con un processo di revisione, perché – dopo le dichiarazioni di un ex brigadiere – è emerso che la sua condanna all’ergastolo si basava sulle confessioni estorte con la tortura a una persona con scarsa attendibilità e problemi psicologici.

  

Una vicenda che per molti versi ha anticipato e ricorda quella di un altro grandissimo depistaggio, quello sulla strage di Via D’Amelio, con le confessioni estorte a Scarantino e l’ingiusta condanna all’ergastolo di diversi innocenti.

   

L’audizione di Gulotta dovrebbe ricevere la massima attenzione da parte di tutti, e in particolar modo di chi parla di riforma della giustizia. Perché la sua storia ci ricorda alcuni princìpi fondamentali dello stato di diritto e della civiltà giuridica liberale. Innanzitutto – checché ne dica Bonafede – ci sono innocenti che finiscono in carcere prima delle sentenze e, a volte, anche dopo le condanne definitive. Un corollario di questo principio è che le garanzie degli non sono orpelli né perdite di tempo. La storia di Gulotta è inoltre da tenere a mente quando c’è chi, come il consigliere del Csm Piercamillo Davigo, per evitare ai colpevoli di “farla franca” propone di riversare automaticamente nel processo le prove assunte nelle indagini preliminari dalla polizia giudiziaria.

 

Il caso Gulotta ci ricorda come a volte vengono raccolte le prove e, soprattutto, l’importanza del principio civile secondo cui le prove devono formarsi in dibattimento nel contraddittorio tra le parti, in modo che l’imputato possa difendersi con l’aiuto del suo avvocato. È la differenza tra il vecchio sistema inquisitorio, di cui molti sono nostalgici, e quello accusatorio, a cui gli stessi dopo 30 anni non si sono ancora abituati.

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