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Mulé infangato e a Di Matteo va bene così

Chiesta la tutela del giudice che ha condannato moralmente il deputato di FI

5 Dicembre 2019 alle 06:00

Mulé infangato e a Di Matteo va bene così

Nino Di Matteo (foto LaPresse)

Martedì abbiamo raccontato l’incredibile storia di Giorgio Mulé, deputato di Forza Italia, “condannato” moralmente dal giudice che ha steso le motivazioni della sentenza di condanna nei confronti dell’ex presidente di Confindustria Sicilia Antonello Montante, pur non essendo mai stato indagato né ascoltato dai magistrati, e poi messo alla gogna dai giornali e dalla commissione parlamentare Antimafia. Nella primavera del 2014 Mulé, allora direttore di Panorama, si rifiutò di pubblicare un articolo proposto da un giornalista freelance sui rapporti tra Montante e la famiglia mafiosa degli Arnone. Non solo si trattava di una notizia di seconda mano, già pubblicata su un’altra testata, ma all’epoca era stata la stessa Direzione investigativa antimafia a richiamare l’attenzione su possibili tentativi di delegittimazione nei confronti di Montante, in quel periodo riconosciuto da tutti come un paladino antimafia.

 

Nonostante Mulé sia sempre stato estraneo all’indagine e al processo, nelle motivazioni della condanna in primo grado a Montante, il gup di Caltanissetta, Graziella Luparello, chiama in causa l’ex direttore di Panorama, lanciandosi in una serie di pesanti valutazioni etico-morali e finendo addirittura per definire “assai poco onorevole” il suo ingresso in politica. Ci eravamo chiesti se tutto ciò fosse normale, invocando l’intervento del Consiglio superiore della magistratura. Ieri a Palazzo dei Marescialli qualcosa si è mosso, ma in senso opposto: anziché chiedere chiarimenti sulla “strana” sentenza, il consigliere Nino Di Matteo ha infatti chiesto l’apertura di una pratica a tutela del giudice, visto che Mulé si è pure permesso di difendersi e di criticare la toga di fronte alla commissione Antimafia, dove intanto era stato alimentato il fango contro di lui. La richiesta di Di Matteo è “la migliore prova della pretesa di fare dell’organo di autodisciplina un sinedrio a difesa di una corporazione”, ha replicato Mulé. “Chi dovrebbe tutelare un cittadino la cui reputazione è stata lordata da una sentenza, emessa all’esito di un processo nel quale non ha rivestito alcun ruolo, se non il Csm?”.

Redazione

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