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I giudici, la politica e il vero scandalo da rimuovere

Il caso Csm. La frasetta notturna considerata interferenza una volta sì e l’altra no. Dobbiamo credere che i magistrati li porta la cicogna, come il presidente della Repubblica

16 Giugno 2019 alle 06:17

I giudici, la politica e il vero scandalo da rimuovere

Una riunione del Csm (foto LaPresse)

Gli atei devoti del nostro costituzionalismo, e qui ci vuole, fingono di pensare e ci lasciano pensare che quando si prendono decisioni politiche entri in ballo lo spirito santo laico e repubblicano. Ho osservato spesso in passato, rimanendo solo soletto, che il primo magistrato d’Italia, il custode della Costituzione, è un uomo politico, di norma, eletto da un organismo politico, il Parlamento, ma con le modalità di una scelta massonica, la loggia degli adoratori del Quirinale, e sia detto senza l’ombra del disprezzo per quella cosa così così, ma a suo tempo anche grande e grossa, che è o fu la Massoneria. Quando si sceglie il presidente, non ci sono candidature, dichiarazioni di intenti o di programmi o di valori a parte quelli che uniscono tutti nel nulla dell’ovvio: guai, se ci sono segni democratico-liberali di politica aperta, anche dissimulati, conducono alla perdizione lo pseudocandidato. Uno se ne sta in Africa sicuro sicuro, e viene impallinato a Roma. Un altro si schermisce, e viene rieletto. Un altro ancora è candidato probabile da anni, ma non lo si deve sapere. Insomma il vertice delle istituzioni è per statuto, per Costituzione, scelto in un consesso che si riunisce a scadenza fissa, ma nella forma del seggio elettorale, in teoria sono esclusi conciliaboli, magari notturni, come dicono i più pigri del Giornalismo Collettivo, oppure diurni, ma sempre riservati, così riservati che se ne nega l’esistenza, una intervista qui e là danneggia, per la sua evidenza, l’elezione non evidente e non spiegata affidata a un sacramento religioso senza altra fede che l’ipocrisia.

  

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Le cose sono congegnate allo stesso modo per la scelta dei magistrati e dei giudici da parte del Csm, ciesseemme, il Consiglio superiore della magistratura, il parlamentino dei giudici. Mentre il parlamento che elegge il presidente del Csm, il capo dello stato, è eletto dai cittadini, quello che sceglie i togati, gli uomini e le donne chiamati a amministrare addirittura la Giustizia terza e imparziale, e per di più in nome del popolo, è composto per un terzo dai rappresentanti dei cittadini, deputati e senatori, per un terzo dalle correnti politico culturali e di potere dei togati per concorso, e per un terzo dal presidente della Repubblica a sua volta eletto dai rappresentanti dei cittadini. Il vicepresidente dell’Organo Altissimo, per Costituzione l’amministratore delegato operativo del Consesso Augusto, deve essere tra i nominati politici del parlamento, guarda un po’. E anche in questo caso interviene lo spirito santo laico e repubblicano a suggerire imparziali e depoliticizzate carriere, che nulla hanno a che vedere con la politica, con le funzioni dei parlamentari, anzi, il solo sospetto, o trojan, cioè l’intercettazione di un sospetto di partecipazione politica alla scelta dei magistrati è tale, pur senza costituire reato, da fottere il sospettato intercettato. Dobbiamo credere che i magistrati li porta la cicogna, come il presidente della Repubblica.

  

Il “prestigio” del Csm è una barzelletta

La logica dell’Organo è l’autodifesa corporativa, la politica senza dirlo, il traffico delle correnti. Vorrei dare anche io, come Lotti, un “messaggio forte a Ermini”: la stagione della purezza, con grandissimo rispetto, semplicemente non c’è mai stata

 

In America i giudici e i magistrati o sono eletti dal popolo o sono nominati dal presidente federale eletto. C’è, guarda un po’, sempre una relazione tra politica e scelta dei magistrati e dei giudici. Anche in un sistema di carriere separate, come quello americano, ma poi dovunque: la fonte del diritto, se si parli di governo dell’apparato che lo garantisce, è sempre totalmente o parzialmente politica, è legata alla sovranità del popolo e alla preminenza del legislativo o del presidente eletto dal popolo stesso. Certo, ognuno ha il proprio modo di interpretare le procedure, ciò che da noi è vernacolo e talvolta barbarie faziosa, altrove è un modus in rebus, uno stile corrispondente a una cultura dell’indipendenza vera della magistratura e dell’equivalenza tra accusa e difesa. Da noi può capitare che un deputato rinviato a giudizio si faccia avanti, avendo pubblicamente considerato, come nel caso Lotti, che contro di lui è stato esercitato un pregiudizio politico, fino ai limiti del tentato golpe giudiziario del famoso capitano o colonnello Scafarto, ma si vedrà, abbiamo tutti fiducia nella giustizia, anche nel caso Consip. Questi si fa avanti in notturna, perché alla luce del sole le leggi istitutive del Csm non permettono alcunché, salvo le campagne elettorali tra i togati e quelle tra i parlamentari per l’elezione dei ciesseemmini, e finisce tutto in scandalo, trojan illegale a carico dei deputati aiutando (il trojan è un software di nuova generazione, come si dice, che registra le conversazioni, di giorno e di notte, molto comodo). E ne deriva lo scandalo.

  

Lo scandalo non è, come sembrerebbe a occhio nudo, l’insieme delle procedure alla luce del buio, la sostanziale ipocrisia del rapporto tra politica e governo della magistratura amministrativa e penale, lo scandalo non è il fatto che da trent’anni siamo nelle mani dei giudici comunque votiamo, qualunque scelta sovranista facciamo, no, lo scandalo è la frasetta notturna, “facciamogli arrivare un messaggio”, che è considerata interferenza una volta sì e l’altra no, insomma lo scandalo è lo spirito santo laico e repubblicano, che prende le sembianze dell’avversario del momento, stavolta è stato il turno di Lotti. Il Pd, il Quirinale, Salvini e chiunque altro abbia voce in capitolo dovrebbe preoccuparsi di rimuovere lo scandalo vero, non di profittare variamente, in modo pusillo, dello scandalo falso.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    17 Giugno 2019 - 16:32

    C’è un quid novi in quanto accaduto: abituati allo schema classico del conflitto tra politica e magistratura, ha colto di sorpresa la rottura dell’equilibrio interno di governo dei magistrati (rectius: delle relative correnti). Il rischio è che l’inopinato (in quanto ipocrita) sputtanamento di tale equilibrio, piuttosto che “costringere” politica e magistratura a correggerne le distorsioni, fornisca a quest’ultima l’occasione perfetta non tanto per svincolarsi dall' influenza del potere politico inteso come interferenza gestionale nell' (auto)governo, quanto, nella giurisdizione, per alimentare la tendenza ad assumere quel ruolo di “supplenza” della politica (intesa nel senso del potere normativo) da più parti scelleratamente teorizzato e che costituisce il più rilevante pericolo per la democrazia moderna. Altro che Truci.

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  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    17 Giugno 2019 - 16:00

    As usual, il direttore emerito coglie nel segno sfruculiando i sacerdoti della terzietà, i cultori dello “spirito santo laico e repubblicano” dove l’ “interferenza” - ma guarda un po’ - prende “le sembianze dell’avversario del momento”. Ora tocca a Lotti, scrive, e pour cause. C’è però un quid novi in quanto accaduto: abituati allo schema classico del conflitto tra politica e magistratura, ha colto di sorpresa la rottura dell’equilibrio interno di governo dei magistrati (rectius: delle relative correnti). Il rischio è che l’inopinato (in quanto ipocrita) sputtanamento di tale equilibrio, piuttosto che “costringere” politica e magistratura a correggerne le distorsioni, l’una e l’altra contenendosi entro le proprie prerogative, fornisca a quest’ultima l’occasione perfetta per svincolarsi, e definitivamente, non tanto da ogni forma di influenza del potere politico inteso come interferenza gestionale, quanto da ogni (ancora) residuale onere di soggezione al potere normativo stesso.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    17 Giugno 2019 - 00:33

    Grazie di questo bel discorsetto non da Elefantino ma da Leone. Grazie a nome di tanti italiani tranquilli, normali e civilmente onesti, cittadini semplici ma lavoratori alla luce del sole perciò perennemente gabellati, popolo-bue si ma meglio così che far schifo. Grazie.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    16 Giugno 2019 - 15:55

    Si può?, "facciamogli arrivare un messaggio" è, paro paro, l'equivalente del "corpus" dell'avvertimento mafioso. Ma che volete farci? Ogni Casta ha il suo gergo.

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