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La camorra si combatte intervenendo sulla durata dei processi

Il caso Noemi ricorda che nella lotta contro il crimine i guai dipendono dai tempi lunghi fra reato e avvio della repressione

6 Maggio 2019 alle 15:42

La camorra si combatte intervenendo sulla durata dei processi

A Napoli, nella sparatoria tra la folla in piazza Nazionale è rimasta ferita gravemente bimba di 4 anni (foto LaPresse)

La cronaca ci riporta ancora notizie drammatiche sulla piccola Noemi, la bambina di 4 anni ancora in prognosi riservata ferita per errore qualche giorno fa in un agguato di camorra nel centro di Napoli. Sul tema del contrasto alla camorra ci sarebbero molte cose da dire. Limitiamo le considerazioni al profilo del contrasto. Non perché le iniziative di prevenzione non siano importanti; anzi, sono decisive. E’ che però una situazione come quella di Napoli esige una radicale bonifica dai personaggi più pericolosi.

 

Napoli ha svariati problemi quanto a repressione penale. Il principale – non esclusivo del capoluogo campano, ma lì fortemente condizionante – è la gran quantità di criminali a piede libero, benché individuati come presunti autori di gravi delitti. Come mai? Quando la polizia giudiziaria conclude una indagine e deposita l’informativa contenente la richiesta all’autorità giudiziaria di emettere ordinanze di custodia cautelare, già è trascorso un certo tempo rispetto al fatto illecito che l’ha originata: un tempo tanto più lungo quanto più l’indagine è stata difficile e complessa. Dal deposito dell’informativa al momento in cui il pubblico ministero presenta al Gip la richiesta del provvedimento restrittivo trascorre altro tempo, mediamente da uno a due anni. Dal momento della richiesta del P.M. al momento dell’ordinanza del Gip si aggiunge un ulteriore segmento temporale, spesso prossimo ai due anni. Tirando semplici somme aritmetiche, che cosa significa? Che, anche a fronte di un crimine serio, i suoi responsabili possono restare in circolazione indisturbati fino a cinque anni. E non è detto che alla fine l’ordinanza venga emessa: se le esigenze cautelari che motivano la custodia in carcere si fondano sul rischio di ripetizione di reati della stessa specie, uno degli elementi di valutazione previsto dal codice di procedura è la distanza temporale dal fatto; non è così semplice motivare sul pericolo di tornare a commettere i medesimi delitti quando il reato per il quale si procede risale a un lustro prima.

 

Finora ho parlato della fase cautelare: il giudizio vero e proprio ha tempi ordinari ancora più lunghi prima di giungere alla sentenza definitiva. Nelle more scadono i termini di custodia cautelare e gli imputati tornano in libertà, benché magari processati e condannati per omicidio o per associazione camorristica, o per entrambi: se gravitano nell’area della camorra è facile immaginare che cosa riprendano a fare, una volta usciti dal carcere.

  


Inviare a Napoli polizia giudiziaria che formi a redigere in modo più efficace le informative serve più che mandare un centinaio di uomini aggiuntivi che operino per strada. Il primo ufficio che necessita rinforzi non è tanto la Questura, bensì quello del Gip: e qui l’intervento compete al ministro della Giustizia e al CSM


 

Chi ha responsabilità di governo, nazionale e del territorio, e di esercizio della giurisdizione a Napoli non può eludere questo nodo. Che non è nuovo, ma che non si risolve da solo. Intervistato domenica scorsa da Repubblica, il Procuratore nazionale antimafia Cafiero de Raho, che ben conosce Napoli per essere stato lì per anni Procuratore della Repubblica aggiunto, ha proposto una riedizione del c.d. modello Caserta: alla fine del 2008, a fronte dell’esplosione criminale nell’area del Casalese, fu istituito un tavolo che per due-tre anni si è riunito con cadenza mensile nella prefettura di Caserta, composto dal ministro dell’Interno – all’epoca Roberto Maroni, che affiancavo o all’occorrenza sostituivo essendo sottosegretario all’Interno con delega alla sicurezza –, dai vertici nazionali delle forze di polizia, in primis Antonio Manganelli, che promosse l’iniziativa, dai vertici territoriali delle stesse forze di polizia e della magistratura inquirente. Si individuavano gli obiettivi e si mettevano a disposizione gli strumenti per raggiungerli, e all’incontro successivo si verificava quali risultati si fossero conseguiti, rettificando – se del caso – il tiro con mezzi differenti o rivedendo le priorità. Quel contrasto, coordinato e agganciato al territorio, diede frutti importanti per lo meno sul piano della stretta repressione, permettendo la cattura dei latitanti, la disarticolazione di non pochi clan, il sequestro e la confisca di molti dei loro patrimoni. Per carità, oggi vanno bene i poliziotti in più che il ministro dell’Interno sta inviando a Napoli; ma quando si combatte una guerra – quella alla camorra ha certamente talune caratteristiche di un conflitto bellico, se pur asimmetrico – è pregiudiziale identificare il nemico e le sue modalità operative, e comprendere le ragioni per le quali continua a essere a operativo. E questo non lo fai da solo, pur se sei istituzionalmente autorevole e dotato di mezzi: hai bisogno di condividere con chi è sul posto come indirizzare quei mezzi in modo mirato per coprire le effettive necessità.

 

I tempi intollerabilmente lunghi fra un evento criminale e l’avvio della sua repressione, e quindi la conclusione dell’eventuale giudizio, vanno affrontati non col tratto polemico della critica alla Procura che ci mette tanto o ai Gip che non danno risposte rapide, ma con la concorde identificazione delle cause per le quali ciò avviene. Se si recupera il metodo del lavoro concorde di un decennio fa, si potrebbe scoprire che il primo ufficio che necessita rinforzi non è tanto la Questura, bensì quello del Gip: e qui l’intervento compete al ministro della Giustizia e al CSM, da coinvolgere nel tavolo comune. Si constaterebbe che uno dei limiti delle informative di reato è che spesso esse consistono in malloppi di centinaia, se non migliaia, di pagine, con l’inutile trasposizione al loro interno del contenuto di conversazioni telefoniche, senza un minimo di sintesi e di rielaborazione critica; poiché col meccanismo del “copia e incolla” larga parte di quelle informative sono trasferite pari pari nelle richieste del P.M. e nelle ordinanze del Gip, alla fine del percorso cautelare si hanno provvedimenti illeggibili e scarsamente comprensibili, che rischiano la censura nei gradi successivi di impugnazione. Inviare a Napoli polizia giudiziaria che formi a redigere in modo più efficace le informative – investire personale in questa direzione – serve più che mandare un centinaio di uomini aggiuntivi che operino per strada.

 

Quel che rammarica per Napoli è che la realtà camorristica, oggi molto più che nel passato, appare tutt’altro che invincibile, e lo Stato non parte da zero. Servono però non le urla, gli slogan, la propaganda, lo scarico strumentale di responsabilità, bensì il governo continuativo del contrasto al fenomeno criminale. “Governo” chiama in causa il soggetto che opera e l’atto costante e fattivo del governare.

 

Inviare a Napoli polizia giudiziaria che formi a redigere in modo più efficace le informative serve più che mandare un centinaio di uomini aggiuntivi che operino per strada. Il primo ufficio che necessita rinforzi non è tanto la Questura, bensì quello del Gip: e qui l’intervento compete al ministro della Giustizia e al CSM

Alfredo Mantovano

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