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Girodiruota – GiroDiVino

Il brindisi del compagno Palmiro

Giro d'Italia 2020, terza tappa: Nagykanizsa. Un negozio di biciclette, un vecchio amico e quel vino rosso socialista che non fece scricchiolare la fiducia di Togliatti nel comunismo

11 Maggio 2020 alle 17:42

Il brindisi del compagno Palmiro

foto LaPresse

Da leggere bevendo un Csókaszőlő di Bussay Pince, Ungheria

 


 

Quando il compagno Palmiro chiese all'autista di portarlo a Székesfehérvár (città dalla quale doveva partire la terza tappa del Giro d'Italia 2020) nessuno obbiettò nulla. Tutti si chiesero però il perché di quella richiesta. I festeggiamenti per il sessantesimo compleanno del grande capo ungherese Mátyás Rákosi si erano conclusi il giorno prima e il partito aveva concesso al Migliore due macchina, un autista e una delegazione per mostrargli le meravigliose sorti del progresso socialista.

 

Arrivati a Székesfehérvár le auto si fermarono in una strada a due passi dalla Cattedrale. Sulla soglia di una bottega, un uomo con pochi capelli guardava con sospetto i nuovi arrivati. Quando i suoi occhi incrociarono quelli del Migliore, un sorriso comparve sul suo viso spigoloso. Il compagno Palmiro alzò il pugno, l'uomo fece altrettanto. Poi si abbracciarono. Era da anni che non si vedevano. L'ultima volta era stata a Roma al termine della ottava tappa del Giro d'Italia del 1948. Avevano cenato in un osteria del centro, poi erano tornati alle loro vite: il Migliore a decidere le sorti del Pci, l'altro a prendersi cura delle biciclette di Cecchi, Bresci, Martini e degli altri della Welter.

  

Si erano conosciuti a Torino che la Grande guerra era finita da poco. Erano tutti e due giovani e animati da un sincero sogno socialista. Si erano ritrovati a Basilea, entrambi in esilio. Poi il compagno Palmiro era andato in Spagna, mentre il compagno Luigi Gilardi era rimasto lì a lavorare sulle sue amate biciclette. Solo con l'Armistizio era rientrato nelle sue terre per salire in montagna a combattere. Gli ci volle però poco prima di avere a noia l'Italia che aveva contribuito a liberare. Così nel 1949 la salutò per abbracciare l'Ungheria, terra natale della moglie. Lì non smise di fare ciò che gli piaceva: costruire e riparare biciclette.

  

Il compagno Luigi fece entrare il compagno Palmiro e gli altri della ghenga comunista nel suo negozio, fece imbandire la tavola, aprì due bottiglie di vino rosso socialista. Brindarono. Togliatti lo assaggiò e lo trovò buono. "Anche i compagni ungheresi il vino lo sanno fare".

 

Il compagno Luigi fece di sì con la testa, poi, a mezza voce, disse che il vino era sì socialista, ma piemontese e che lo faceva entrare clandestinamente nel paese, perché l'Ungheria era sì un paradiso comunista, ma capace di chiudere un occhio in cambio di monete estere. Il compagno Palmiro sospirò, il suo comunismo non scricchiolò minimamente. Non lo fece nemmeno sei anni dopo.

  


 

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Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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