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girodiruota – l'inverno del ciclista

Davide Rebellin e il mondo esplorato in sella a una bicicletta

Il corridore veneto è un filo rosso che congiunge due secoli e tre decenni di ciclismo: “Pedalare mi continua a dare sensazioni impareggiabili. La bici è la mia vita e lo è ancora la gara”

3 Dicembre 2019 alle 19:01

Davide Rebellin e il mondo esplorato in sella a una bicicletta

Foto tratta dalla pagina Facebook di Davide Rebellin

L'inverno dei ciclisti” è uno spazio libero, un momento di biciclette senza ciclismo, o meglio di biciclette che non sono solo ciclismo. Sarà un appuntamento invernale con chi la bici l'ha scelta come mestiere per raccontare la bici come mezzo, strumento, forma di narrazione del mondo.

 

Il primo appuntamento è con Davide Rebellin, i prossimi li scoprirete a breve.

 


 

Sull’albero sono rimaste ormai poche foglie. Stanno lì attaccate approssimativamente, incerte sulla durata di quello stato di attesa. Aspettano solo una bava di vento per iniziare la loro planata. Il tempo di un ultimo sguardo verticale, poi sarà il momento di un cambio di prospettiva, un universo capovolto. Il suolo raggiunto, una stagione finita. Poco male, tutto rinizierà nuovamente, a primavera, quando i rami torneranno verdi e tutto questo sarà soltanto un ricordo.

 

Il futuro però non ha fretta di venire. Un altro puntino giallo e rosso si stacca, balla nell’aria fresca del giorno e quando il suo viaggio sembra concluso, l’asfalto raggiunto, ecco una bicicletta passare. Le sue ruote rianimano quell’ammasso colorato steso lì a far da prolunga al marciapiede. Ecco una nuova possibilità, un nuovo vagabondaggio.

 

Le foglie non pensano a dove il vento le porterà, si lasciano trasportare.

 

Nemmeno Davide Rebellin pensa a dove la strada lo porterà, si lascia trasportare.

  

Non è più il tempo di avere ansia per il futuro, di avere timore del passato. Ha superato quella fase della vita nella quale l’avvenire è troppo veloce per essere raggiunto e ciò che ha alle spalle troppo tumultuoso per essere seminato. Quella è la dimensione del ragazzo che si sta facendo uomo, dell’uomo che ancora si vuole sentire ragazzo. Ora non c’è nulla di tutto questo, nella sua voce c’è una calma raggiunta, nelle sue pedalate un'inquietudine sfuggita, una nuova dimensione di piacere e di rilassatezza perdurante. Una nuova dimensione che viaggia sulle pedivelle, come sempre è stato, almeno per lui che è dal 1992 che percorre le strade d’Italia e del mondo in bicicletta, che attraversa luoghi in gruppi affollati cercando l’unica solitudine ambita, quella della fuga, della testa del gruppo, quella che ogni tanto significa vittoria.

   

In Davide Rebellin però non c’è il fatalismo di chi si accontenta di prendere ciò che viene, c’è un fuoco che non si spegne, che lo spinge in sella, nella sua dimensione naturale: la strada, quella percorsa sui pedali. “Uscire in bicicletta anche per sei o sette ore, allenarmi, correre e gareggiare per me è ancora un divertimento, non mi pesa affatto. Se faccio tutto ciò è solo per amore di questo sport”, dice al Foglio. Non potrebbe essere diversamente se “pedalare mi continua a dare sensazioni impareggiabili. La bici è la mia vita e lo è ancora la gara, la dimensione competitiva. Quando mi schiero al via di una corsa mi sento bene, sento che tutto ciò è quello che voglio e desidero fare. Sino a quando continuerò a provare queste emozioni, sino a quando per me non sarà un peso allenarmi, perché dovrei ritirarmi? Non voglio pormi limiti. Se posso ancora prendermi delle soddisfazioni, se qualcuno riterrà di darmi fiducia continuerò con piacere a correre. Se questo non succederà poco male, la bicicletta continuerà a essere l’altra compagna della mia vita”.

 


Foto tratta dal sito daviderebellin.it


 

È un cuore che scorre sulle strade, Rebellin, un miscuglio di passione irrefrenabile, di spiritualità a pedali, un’emotività ciclistica che si alimenta costantemente, chilometro dopo chilometro. Il suo non mollare non è patetico, è una forma di rispetto per sé stesso, un sorriso timido e romantico a favor di ciò che sembra folle ma che in realtà folle non è. Perché a 48 anni non si è troppo vecchi per correre. Perché non è vero che la passione invecchia e si stinge con il passare del tempo. Perché, in fondo, è tutta una questione di motivazioni, di sentimenti: “Amo quello che faccio, ci metto tutta la volontà, l’esperienza e l’entusiasmo possibili. E se ci sono questi tre elementi, tutto il resto passa in secondo piano”.

 

Davide Rebellin è un filo rosso che congiunge due secoli e tre decenni. È fonte di giovinezza per generazioni di appassionati, se è vero, come scriveva David Trueba, che “la giovinezza finisce il giorno in cui il tuo sportivo preferito ha meno anni di te”. 
Era il 5 agosto del 1992, quando, a tre giorni dalla prova in linea delle Olimpiadi di Barcellona 1992 (quella vinta da Fabio Casartelli), Rebellin disputò la prima gara tra i professionisti: ottavo dietro a Davide Cassani in maglia Ariostea, Gianni Faresin, Marco Lietti, Alberto Elli, Felice Puttini, Gianluca Tonetti e Stefano Colagè. In pochi mesi esplorò per la prima volta il Lombardia (ottobre 1992, nono), la Milano-Sanremo, le Ardenne della Freccia Vallone e il primo successo: all’Hofbrau Cup, Germania. Lo descrivevano allora come “uno scattista che tiene bene anche sulle salite più lunghe. Un buon prospetto sia per le classiche che per le gare a tappe, ma a patto di migliorare a cronometro”, almeno secondo la Gazzetta. Si lasciò conquistare dalla Vallonia e alle Ardenne dedicò una gran parte della carriera. “Era da quando ero giovanissimo che quelle Classiche affollavano i miei sogni. Un po’ perché le caratteristiche di corridore influenzano le ambizioni, e io mi adattavo al meglio a quel tipo di corse. Un po’ perché i miei miti da ragazzino, i miei modelli, era tutta gente che a quelle latitudini ha vinto molto”. 

 

Ci provò per anni. “Amstel, Freccia e Liegi sono corse che si assomigliano molto, nonostante significative peculiarità. E si assomigliano a tal punto che quella settimana, quella del trittico delle Ardenne è un’immersione in una dimensione d’incanto”. Un incanto che sembrava però un maleficio: “Un secondo, un terzo posto, molti podi sfiorati, sfuggiti, andati”. Poi l’abbuffata. “Il 18 aprile del 2004, stavo bene. Ero partito per cercare di conquistare il podio dell’Amstel. Poi sull’ultimo passaggio sul Cauberg siamo rimasti in pochi. A poche centinaia di metri dall’arrivo in due. Lì ho accelerato ancora, Michael Boogerd ha perso qualche metro, e sotto lo striscione d’arrivo mi sono presentato da solo. È stata una gioia immensa”.

 

 

Amstel-Freccia-Liegi. Per gli amanti del Belgio francofono (e del Limburgo) è una filastrocca, una litania, un appuntamento da non perdere, quasi fosse un imperativo. “Quella vittoria mi ha dato serenità, mi ha tolto di dosso qualunque ansia. Correvo libero, libero, senza patimenti. Alla Freccia Vallone pensavo alla Liegi che si sarebbe corsa dopo qualche giorno. La vinsi perché mentalmente ero il più fresco. Così alla Liegi mi presentai in uno stato di euforia, di soddisfazione indescrivibile. Vinsi pure la Doyenne”. Fu il primo a riuscire a fare filotto, a conquistare le tre classiche in una settimana.

 

Quindici anni dopo il Rebellin di oggi, ricorda il Rebellin di allora e non lo trova poi così cambiato. “Anzi, c’è in me molto del Davide bambino: il divertimento è ancora il filo conduttore della mia vita in bicicletta. Questo è qualcosa è rimasto immutato nonostante gli anni, le esperienze e quant’altro. La voglia di faticare in bicicletta, di lottare per vincere è la medesima di quando ero piccino: è un piacere a cui non so resistere. Certo un tempo mi venivano le lacrime quando non riuscivo a vincere, sentivo dentro qualcosa bruciare. E se il fuoco è lo stesso, le lacrime fortunatamente non ci sono più. Lo stimolo di dare tutto, di correre per dare il meglio di me, invece non si è modificato”.

 

Perché in fondo aveva ragione Ernest Hemingway: “La bici è un oggetto strano, contiene in sé pura gioia”. “Sì, è pura gioia, una gioia alla quale ancora non so rinunciare, alla quale, se tutto va bene, non rinuncerò mai. Un qualcosa che ho provato e continuo a provare in corsa. Un qualcosa che vedo negli occhi e nei sorrisi di chi mi segue nei RebelCamp, nei tour a pedali che organizzo”. E se nel ciclismo, spesso, preparatori atletici, squadre e addetti ai lavori, incrinano questo idillio, facendo aumentare nei corridori ansia e necessità di risultati (si veda il recente addio alle corse di Marcel Kittel), Rebellin è riuscito a fuggire a tutto ciò: “Potenziometri, lavori specifici e mirati, forse anche troppo ossessivi, hanno la capacità di allontanarti dal bello, dal piacere di girare in bicicletta. Non sono mai stato contro la tecnologia o la pianificazione, ma credo che a volte serva distrarsi da watt, vam e tutto il resto e pensare soltanto a girare per il gusto di girare, a goderti passaggi e paesaggi, a dar carburante alla fantasia, insomma riscoprire quanto è bello pedalare e basta”.

 

Negli ultimi anni Rebellin a fare questo non ha mai smesso, anzi è riuscito a farlo portando avanti la dimensione primigenia della bicicletta, ossia l’esplorazione, la scoperta. “Ho attraversato in corsa luoghi che mai avrei pensato di percorrere. Algeria, Indonesia, Iran e Cina erano un altrove ciclistico sconosciuto e in molti casi lo sono ancora. Non c’è una lunga tradizione di corse come in Europa, ma c’è una passione genuina e coinvolgente, un amore per questo sport che sta crescendo ed è invadente, si espande a tutti. C’è un entusiasmo diverso, unico. È laggiù che ho riscoperto la sensazione di viaggiare e la dimensione del viaggio mi ha fatto tornare in mente che in fondo è per questo che è nata la bicicletta: per muoversi, per unire paesi distanti, insomma per esplorare”. 

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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