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Il Giro di Lombardia è un addio e una speranza

È l'ultima grande corsa dell'anno, l'ultima possibilità di rimediare a una stagione storta. Eppure molte grandi storie ciclistiche sono sbocciate durante la Classica delle foglie morte

11 Ottobre 2019 alle 22:03

Il Giro di Lombardia è un addio e una speranza

foto LaPresse

Come quando Antonio Negrini aveva deciso che quel giorno non sarebbe neppure partito e l'ultima corsa della sua carriera l'aveva già disputata, ché non aveva senso continuare a fare la vitaccia da atleta per non raccogliere nulla e senza neppure la certezza di un contratto per l'anno successivo. Quel giorno, quel 23 ottobre del 1932 lo misero sulla sella a forza di insulti. E a forza di sberle lo fecero riprendere dalla sorpresa quando a Milano si ritrovò con una ruota davanti a Domenico Piemontesi e Remo Bertoni.

 

Come quando Alfredo Sivocci, ds dell'Atala, va da Vito Taccone e gli dice che quel giorno si fa corsa per Armando Casodi e che lui deve imparare ancora a correre, che è al primo anno tra i professionisti, che mica è roba per lui una Classica del genere. E Vito si mette davanti ad Armando. Casodi però sul Ghisallo si ritira e Taccone non trova nient'altro di meglio da fare che seguire Imerio Massignan e Renzo Fontona volare sul Muro di Sormano. E così, finita la discesa, Sivocci sul lungo lago lo avvicina, gli dice di non deluderlo e lui un po' per stanchezza, un po' per ansia da prestazione si fa prendere dai crampi. Sivocci lo minaccia agitando un tubolare o forse qualcos'altro e Vito i crampi se li fa passare, recupera Massignan e Fontona, li stacca e a Como, quel 21 ottobre 1961 vince da solo. Per un secondo, ma da solo.

 

Come quando Bruno Landi si ritrova tra gli undici buoni per giocarsi la corsa, ma quando guarda i dieci che ha affianco capisce di non avere una sola possibilità di farcela. O meglio una ci sarebbe: tutti gli altri giù per terra. Perché con gente come Magni, Ockers, Fornara, Molineris e Conterno c'è poco da sperare, soprattutto per uno che fa il gregario ed è per giunta al primo anno tra i grandi. Gli altri vanno forte, fortissimo, e lui è appeso alle loro ruote sperando nel miracolo. Che avviene. Perché a una trentina di chilometri dall'arrivo un vigile che doveva segnalare il percorso si distrae, la macchina della giuria sbaglia strada e lui è il primo ad accorgersene. Per una trentina di chilometri pedala come un ossesso e la Milano del 25 ottobre 1953 se la ricorderà per sempre: primo.

 

Come quando a Monza, al mattino del 19 ottobre 1991, Sean Kelly si presenta alla partenza con una faccia lunga e scura che non sembrava nemmeno lui, quasi si fosse in un attimo convinto che i giornalisti che lo davano finito da tempo avessero davvero ragione. Pedala due chilometri e già si stacca, lo riportano dentro a fatica e lui dice che vuole ritirarsi. Sullo strappo di Galbiate si ristacca e lo riportano ancora in gruppo a fatica e lui ripete di volersi ritirare. Sul SuperGhisallo perde le ruote dei migliori nuovamente, ma nessuno lo aspetta. E lui allora si arrabbia, quasi fosse lesa maestà, recupera i primi e in discesa è davanti a tutti assieme a Rezze, Cornillet, Sorensen, Ballerini e Volpi alle spalle di Gayant partito in salita. Sul Lissolo segue proprio il francese e con lui si invola verso il traguardo, prima di batterlo sotto lo striscione d'arrivo. Prima di dire: “Era l'ultima occasione per far vedere che non sono un ex corridore. È andata bene. Adesso vediamo se proseguire o no”. Proseguirà e in primavera vincerà la Milano-Sanremo.

 

 

Perché ogni anno è sempre così. Il Giro di Lombardia è l'ultima occasione dell'anno, l'ultima Classica da provare a vincere, l'ultima corsa per provare a rimediare ciò che non è andato. È ultimo esame, ultimo saluto a tanti, ultima impresa se altre già sono state fatte. È ultimatum e ultima spiaggia.

 

Perché ogni anno è sempre così. Il Giro di Lombardia è anche teatro, un proscenio meraviglioso dove provare a portare in scena un nuovo spettacolo. È un crinale tra il vecchio e il nuovo, tra il già visto e l'ignoto, tra maschere già conosciute e arrembanti comparse che sognano di diventare primattori.

 

Perché ogni anno è sempre così. Il Giro di Lombardia è un addio e una speranza, è un cerchio che si chiude per poi riaprirsi sempre e dal quale non si sa mai cosa esca. Come fosse un cappello di mago, una magia di bicicletta. È la corsa delle foglie morte, indispensabile concime per quelle che verranno. È un'ambizione lacustre, che prende forma ascensionale.

 


 

Il Giro di Lombardia 2018

 

Il cuore del Lombardia è una mattata di Pinot (e Nibali)

Lo sloveno Roglic tenta l'impossibile sul Muro di Sormano. Al francese riesce. Lo Squalo, che ha seguito la follia dei due, termina al secondo posto la classica delle foglie (poco) morte

 


 

Il percorso del Giro di Lombardia 2019

 

 
Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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