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Quando scalare è scendere all'inferno: il Muro di Sormano al Giro di Lombardia

Sabato i corridori troveranno al chilometro 193,5 quei 1.920 metri che vennero segnalati da Angelo Testori, amati da Vincenzo Torriani, resi mitici da Gamba secca Massignan

6 Ottobre 2017 alle 14:53

Il Muro di Sormano al Giro di Lombardia è un’epopea dall’inferno

Angelo Testori aveva il volto simpatico, i modi garbati e un naso acquilino che ricordava quello di molti ciclisti che lo portavano come un fendivento per farsi strada in bicicletta. Ché all'epoca il ciclismo era una faticaccia mostruosa e i tratti somatici contavano ancora qualcosa. Aveva soprattutto una fede incrollabile in Dio, per prima cosa, e poi nel ciclismo, ma soltanto come evidenza che per essere redenti, per ascendere al Signore, bisognava faticare: esemplificazione sportiva delle parole di Gesù riportate nel vangelo di Luca, "chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo". Perché le biciclette dietro di loro, almeno allora che ancora non erano gli anni Sessanta, portavano ancora una certa religiosità, un rapporto profondo con la spiritualità. Diceva Primo Volpi, che era ciclista anarchico ma solo per condotta in gara, che "le fatiche sono estreme e a qualcosa pur bisogna aggrapparsi". E in molti a questo si aggrappavano, soprattutto quando le salite si inerpicavano, il fiato si accorciava e il cuore sembrava essere sul punto di esplodere. Soprattutto quando spuntavano dal nulla quello che i tifosi amano, ossia le prove impossibili, che creano scatti e selezione, visi contratti in una fatica atavica e strade che diventano rampe di lancio verso l'infinito.

 

Angelo Testori di quegli sforzi disumani, di quei tratti di sofferenza che tagliano le montagne ne conosceva uno, perché gli era prossimo a casa, perché "era peccato rimanesse un luoghi di pochi e di nessun ciclista", scrisse. Angelo Testori era sindaco di Sormano, seicento anime e un accrocco di case in mezzo a quel pugnale verticale che emerge tra i due rami del lago di Como, e per quella mulattiera ci passava da bambino, a piedi, quando doveva salire al Pian del Tivano. Angelo Testori aveva soprattutto un amico che era uomo curioso, coraggioso, soprattutto volenteroso di scoprire e ardire, che era un nome e cognome che voleva dire ciclismo: Vincenzo Torriani. Il sindaco e il patron del Giro e delle più prestigiose corse italiane esplorarono quei luoghi che le biciclette avevano per una vita sfiorato, preferendo la velocità della discesa che dal Santuario della Madonna del Ghisallo porta verso Asso e poi a Erba e per pianura e collina infine a Como. Torriani si era innamorato di quell'azzardo. Così nell'estate del 1959 ritornò con l'Avucatt Eberardo Pavesi, uno dei pionieri di questo sport, e con Fiorenzo Magni, campione in bicicletta e uomo di raffinata intelligenza, come racconta Mimmo Franzinelli in "Il Giro d'Italia. Dai pionieri agli anni d'oro". Il primo si spaventò: "Ne vedremo molti scendere di bicicletta". Il secondo anche ma capì immediatamente l'epopea: "Sarà un grande réclame per il ciclismo".

 

Di fede e biciclette. Il Giro di Lombardia e una salita diventata ciclismo: il Ghisallo

La salita che porta al Santuario della Madonna del Ghisallo, patrona dei ciclisti, è diventata un simbolo di questo sport. L'impresa di Girardengo, il cenno del capo di Gino Bartali e quel luogo diventato museo (grazie a Fiorenzo Magni). Storia sacra di ciclismo profano. I ricordi di Francesco Moser e Michele Bartoli.

 

Da quota 827 metri sul livello del mare a quota 1107, uno zigzag fatto di quattro tornanti e qualche semicurva. Una ferita nella montagna lunga millenovecentoventi metri con pendenze che superano la tollerabilità, che scaturiscono nella peggiore delle sentenze per un ciclista, quello del piede a terra. Nell'autunno del 1960, il 16 ottobre, su per quella mulattiera al Giro di Lombardia, Rik Van Looy, che scalatore non era, ma campione sì e che andava forte ovunque la sofferenza diventasse mal sopportabile (vinse la classifica degli scalatori al Giro d'Italia di quell'anno), a metà di quel martirio verticale, che inizia dopo il paese di Sormano, smise di pedalare, si fermò a respirare, borbottò qualche maledizione in fiammingo, poi proseguì come un ciclocrossista: bici in spalla e camminare. In molti fecero lo stesso. In molti si appesero al manubrio per resistere in sella. Solo uno volò: Imerio Massignan. Su quella striscia di terra e ghiaino zompettò sui pedali con la sua classe immensa, staccò tutti, rimase solo, come spesso gli riusciva quando in salita disegnava rughe di sofferenza nei volti dei rivali. Massignan aveva disegnato la via del Muro di Sormano, aveva fatto la storia. Gamba secca era però ciclista ascensionale, magnifico e incompleto come una polena di una nave: aveva una sola dimensione, quella a salire. E così quel Lombardia non lo vinse, finì ottavo, dietro a Emile Daems, vincitore, Diego Ronchini, Marino Fontana e altri che non avevano forse la sua classe, ma avevano fondo, passo e sprint.

  

 

Il muro era durato altri due anni, poi si eclissò, abbandonato dal ciclismo e anche dal traffico di tutti i giorni. Tornò nel 2012 e poi nel 2015. Si ripresenterà domani al chilometro 193 e 500 metri. Si ripresenterà perché è ora, perché su quella lama di asfalto che punta al cielo ci viene gente da tutta Europa. Prima a tentare di santificarsi nel ciclismo del Santuario della Madonna del Ghisallo e a osservare le biciclette e la storia del Museo del ciclismo del Ghisallo; poi a tentare l'assalto all'inferno. Lo fanno in migliaia, lo rifaranno i ciclisti.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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