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La Dirty Kanza 200 e quell'altro ciclismo possibile

Cosa unisce il "sadismo" di Desgrange alle colline del Kansas? Una corsa che "è una figata pazzesca" nella quale i corridori devono correre in quasi autonomia

5 Giugno 2019 alle 18:31

Sosteneva Henri Desgrange, che fu direttore del giornale sportivo L'Auto nonché – con Géo Lefèvre – colui che nel 1903 diede vita al Tour de France, che "non basta pedalare su di una bicicletta per considerarsi corridori. Un velocipedista deve essere anche conoscitore raffinato di meccanica, sapere prendersi cura e sistemare il suo mezzo, sapersi muoversi in autonomia per la via del velocipedismo". Desgrange era anche un detrattore del cambio, era convinto che il ciclismo fosse non una semplice corsa, ma una gara a eliminazione fisica, che la qualità di una corsa si calcolasse nel numero dei ritiri per sfinimento. Ma tant'è. Era l'inizio del ventunesimo secolo e lo sport non era solo un passatempo, era ancora considerato qualcosa riservato a persone incredibili per tempra o, il più delle volte, a gente disperata, capace di sopportare qualsiasi fatica pur di mangiare. C'era un sadismo latente nel ciclismo pionieristico, forse dovuto a una ventaglio di possibilità limitato.

 

Sosteneva il suo successore alla guida della Grande Boucle Jacques Goddet che "Henri (Desgrange) aveva le sue idee, quelle di un uomo che aveva iniziato a pedalare nell'Ottocento. Erano idee splendide, ma che non si sono mai davvero adeguate ai tempi". E citando il giornalista e scrittore Albert Londres, autore di Tour de France, tour de soufferance "non è possibile trattare i corridori come fossero dei forzati della strada".

 

Nell'ultimo secolo i corridori hanno migliorato molto il loro status, non solo sportivo, soprattutto di vita. Da "forzati della strada" sono diventati prima immagine di uno sport che godeva di un seguito enorme, poi bandiere di intere nazioni, infine, a volte, veri divi. E anche nel loro rapporto con la fatica, che c'è sempre e in molti casi massacrante, le loro condizioni sono migliorate. Le gare da quattro/cinquecento chilometri sono sparite dai calendari, l'organizzazione delle corse a tappe sono migliorate a tal punto da sostituire le stamberghe da quattro spicci con strutture alberghiere di prim'ordine, l'assistenza in corsa è precisa e permette a tutti di sostituire una bicicletta danneggiata in pochi secondi. Un episodio come quello occorso al Diavolo rosso pochi chilometri dopo la partenza del primo Giro d'Italia non sarebbe più pensabile. Giovanni Gerbi, dopo una caduta, dovette tornare a Milano per saldarsi da solo la forcella rotta. D'altra parte le corse si decidono con distacchi bassi, pochi minuti o, a volte, pochi secondi, pensare di perdere ore sarebbe un'assurdità.

 

Le dinamiche sono cambiate a tal punto però che diversi ciclisti professionisti conoscono a malapena l'abc della bicicletta. D'altra parte la meccanica della bici si è evoluta e complicata parecchio negli ultimi decenni ed è per questo più semplice e più affidabile avere il supporto di meccanici iper specializzati, come quelli che ci sono in corsa. D'altra parte le dinamiche di gara non permettono di perdere minuti per cambiare un palmer, anzi penalizzano anche la sola foratura. Tutto questo ha portato un livellamento verso l'alto, con la conseguente riduzione dello scarto tra i primi. C'è stata una sorta di democratizzazione del pedale, dove si sono prosciugate alcune delle variabili aleatorie che contraddistinguevano le corse: ossia gomme che si afflosciavano, cambi che saltavano, freni che perdevano colpi. È aumentata la sicurezza, è subentrato il fair play, sono sparite (quasi) le imboscate. Il ciclismo è diventato uno sport da gentleman. E questo forse è un bene.

 

O forse no.

 

Mentre Chad Haga conquistava la cronometro di Verona e nell'Arena Richard Carapaz alzava al cielo il Trofeo senza fine, simbolo del suo successo al Giro d'Italia 2019, alcuni loro colleghi, Alex Howes, Taylor Phinney e Lachlan Morton della EF e Peter Stetina e Kiel Reijnen della Trek-Segafredo, correvano la Dirty Kanza 200. Dove il duecento sta per miglia da percorrere (ossia 321,869 chilometri), Kanza sta per Kansas e Dirty per gara tra la polvere e ciottoli di selce delle Flint Hills. Insomma duecento miglia su biciclette gravel tra colline che si estendono dal Kansas all'Oklahoma.

  

  

È dal 2006 che questa corsa viene disputata ed "è una figata pazzesca" ha detto Kiel Reijnen passato lo striscione d'arrivo. I cinque professionisti avevano detto che erano venuti per vincere. Nessuno di loro ce l'ha fatta. A superare per primo il traguardo è stato Colin Strickland, che sulle gravel corre tutto l'anno, anche se di professione fa lo scienziato ambientale a Austin. 

 

Strickland ha attaccato a metà gara, è rimasto solo dopo poco e da solo ha continuato, sino all'arrivo. Ha staccato Peter Stetina di nove minuti, Alex Howes e Lachlan Morton di dieci. "Tutti si sono guardati intorno quando Strickland è partito a metà gara, sembrava una cosa folle, almeno per noi che veniamo dalla strada. Non lo era", ha detto Stetina. "Non avevamo fatto i conti con gli inconvenienti. Ognuno ha avuto ogni sorta di problema oggi". All'americano si sono scaricate le batterie del cambio elettrico e ha dovuto aspettare di tornare ai box per cambiarle. Poi ha forato e ha dovuto cambiare la camera d'aria. Pure Howes si è ritrovato con la gomma a terra e Morton l'ha aspettato, "che era meglio così, di solito, almeno in gara, ci sono i meccanici". Quando è successo a Morton è stato Howes a fermarsi. Anche Strickland ha detto di aver bucato due volte. La seconda con un chiodo "lungo un dito" che gli ha squarciato lo pneumatico. "Ma ci sono abituato, sono cose che possono capitare".

 

Morton a fine gara ha detto che non pensava potesse essere così, che "sono stanco, zozzo, felice".

 

 

Lachlan come i suoi compagni della EF in Kansas ci sono finiti un po' per volontà di scoperta, un po' per esigenze di sponsor. Rapha, l'azienda britannica di abbigliamento sportivo che fornisce le maglie alla squadra, è main sponsor della Dirty Kanza 200 e l'avvicinamento del mondo del ciclismo su strada a quello dello sterrato è uno degli obbiettivi del marchio. E ha detto Morton a VeloNews che "noi corridori, se vogliamo far sopravvivere questo sport il più a lungo e il meglio possibile, dobbiamo fare in modo di attrarre nuovi sponsor e avvicinarsi a nuovi mondi. Il ciclismo su strada non è più l'unico centro del mondo della bicicletta". E ha aggiunto: "Se uno sponsor vuole che la sua squadra corra di più negli Stati Uniti, allora perché non correre Dirty Kanza (o altri eventi di quel tipo). Questa è una strada da percorrere".

 

"C'è molto da imparare in una corsa gravel", dice al Foglio Herry Haupstern, uno dei più maggiori creatori di eventi legati al ciclismo in America. "E non solo per i corridori. Alla Dirty i pro non sono riusciti a vincere e non perché non fossero i più forti. Perché in queste gare vale altro, vale la capacità di adattarsi, quella di sapere a perfezione come funziona una bicicletta, la capacità di improvvisare. Il ciclismo su strada ha dimenticato l'improvvisazione, la bellezza amara delle imboscate". Haupstern dà un'indicazione – "ma tanto nessuno mi ascolterà" –: "Togliete le ammiraglie, togliete le radioline, i misuratori di potenza. Sostituite tutto con dei punti fissi di assistenza: vedrete come le corse ritorneranno ad essere entusiasmanti".

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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