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Pinot, Bardet e la nuova Nouvelle vague francese che rischia di travolgerli

I due transalpini non hanno ancora trent'anni eppure il Tour de France che inizierà sabato 6 luglio da Bruxelles potrebbe essere una delle ultime possibilità di conquistare i tifosi d'Oltralpe

28 Giugno 2019 alle 15:17

Pinot, Bardet e la nuova Nouvelle vague francese che rischia di travolgerli

foto LaPresse

C'è stato un momento lungo l'ascesa della Côte de Rives, nell'ultima tappa del Giro del Delfinato, nel quale Romain Bardet e Thibaut Pinot si sono guardati negli occhi. Poi si sono voltati praticamente nello stesso momento per constatare che alle loro spalle ogni cosa procedeva tranquillamente: il gruppo allungato ma ancora compatto, l'andatura veloce ma non eccessiva, nessun avversario che preparava lo scatto. Il tutto è durato pochi secondi appena. Eppure, quando i loro occhi sono tornati a inquadrare l'asfalto che li precedeva, un ghigno di malcelata preoccupazione aveva preso possesso delle loro labbra.

 

 

Quell'espressione è durata qualche attimo soltanto: un riflesso incondizionato, forse del tutto incosciente. Bardet e Pinot hanno subito ripreso le solite espressioni, non si sono più guardati, hanno ripreso la loro strada all'interno del gruppo che procedeva regolare.

 

Si fosse voltato nello stesso momento anche lo svizzero Sébastien Reichenbach, che precedeva i due, e avesse scattato una fotografia avrebbe immortalato uno degli ultimi istanti "felici" di quello che si trasformerà, ben presto, nello scontro generazionale del ciclismo francese. Perché dietro ai due migliori corridori della Nouvelle vague del pedale transalpino procedevano appaiati David Gaudu, Rémi Cavagna, Guillaume Martin, Benoît Cosnefroy, ossia (quasi) la totalità della nuova onda che vuole cambiare, travolgendo, le gerarchie nelle preferenze dei tifosi d'oltralpe. All'appello mancavano soltanto Pierre Latour, Anthony Turgis e Valentin Madouas, poi il quadro sarebbe stato completo.

 

Era il Tour de France del 2014, quello vinto da Vincenzo Nibali, quando Romain Bardet e Thibaut Pinot apparvero sulle strade di Francia. Fu un lampo, l'auto-convincimento di un intero paese che la maglia gialla potesse, prima o poi, ritornare a parlare francese e così interrompere un'astinenza che durava dal 21 luglio 1985, da quando Bernard Hinault salì per la quinta e ultima volta sul podio più alto di Parigi.

 


Foto LaPresse


 

Da allora quattro edizioni della Grande Boucle sono già passate e l'assenza di transalpini nell'albo d'oro della corsa non s'è interrotta.

 

Sabato 6 luglio da Bruxelles il carrozzone del Tour tornerà a occupare le strade di Francia. E l'assenza di Chris Froome e Tom Dumoulin, i piani di Vincenzo Nibali di puntare alle tappe e alla maglia a pois, lo stato di forma (al solito) imperfetto di Nairo Quintana, la giovane età di Egan Bernal e i problemi fisici di Geraint Thomas, hanno apparecchiato al meglio la tavola ai due francesi. La stampa ci crede, loro, al di là delle dichiarazioni di facciata, pure. L'obbiettivo "può essere raggiunto", ha detto qualche giorno fa Richard Virenque, la grande speranza francese degli anni Novanta.

 

E così a nemmeno trent'anni, Bardet e Pinot andranno incontro a tre settimane da correre su di un crinale accidentato, scivoloso, con il rischio di ritrovarsi a scivolare a valle, travolti da una valanga di disaffezione.

 

Le vittorie di Julian Alaphilippe, sia nelle classiche che nei grandi giri (grazie alle fughe), hanno già incrinato, in parte, la fiducia nei due: secondo un sondaggio dell'Equipe è il corridore della Deceuninck–Quick Step ormai il più amato oltralpe. "Ora sta a loro dimostrare quanto valgono davvero", ha detto Bernard Hinault. Anche perché "ci sono diversi giovani molto interessanti in Francia, giovani che hanno un grande futuro. E nelle squadre francesi, sia World Tour sia Continental, sono seduti in ammiraglia direttori sportivi dal lungo corso, ma anche dalle idee chiare, gente insomma che non si è mai fatta problemi a ribaltare le gerarchie".

 

Due su tutti, due più degli altri.

 

David Gaudu ha già dimostrato di andare molto forte in salita, di avere uno scatto capace di mettere in difficoltà gli avversari. E sta migliorando (e parecchio) anche a cronometro. Ha 22 anni, ha già corso un Tour de France, due volte la Liegi-Bastogne-Liegi e il Lombardia. E le ha concluse tutte. Cosa non da tutti: "Ha fondo e resistenza, una grande capacità di recupero. Deve migliorare nel dosaggio delle energie, nel razionalizzare le forze. A livello di forza mentale però già ci siamo. E questo vuol dire tanto", ha detto il suo ds Marc Madiot. Gaudu è, per ora, alle dipendenze di Thibaut Pinot. E Pinot lo sta istruendo a dovere, gli sta insegnando a correre, stravede per lui: "Chissà che non sia lui il primo francese dai tempi di Hinault in grado di vincere il Tour de France. Magari, tra qualche anno, sarò io a fargli da gregario. Sarebbe bello".

 

Pierre Latour ha tre anni in più di Gaudu, ma "la stessa classe cristallina", almeno per l'ex campione francese Luc Leblanc. Quest'anno a causa di una serie di problemi fisici (prima un'infiammazione a un ginocchio, poi la frattura di un polso) non ha brillato, ma l'anno scorso è riuscito ad arrivare a Parigi in maglia bianca (miglior giovane) nonostante un Tour vissuto pressoché da gregario (di lusso) di Bardet. Latour ha detto di non essere in forma, che non è sicuro di partecipare al Tour. Ma è anche uno che "sa leggere la corsa come pochi, sa dosare lo sforzo in maniera quasi perfetta", ha aggiunto Leblanc, aggiungendo che "è pure veloce e in salita sa fare la differenza. Paradossalmente il suo unico freno è Bardet".

 

Chi invece non sarà frenato, almeno in parte, da Bardet sarà Benoît Cosnefroy. Il 23enne di Cherbourg-en-Cotentin non punterà alla classifica, ma, libertà permettendo, alle tappe. Non ha la tempra del corridore da tre settimane, né la tenuta sulle lunghe salite, almeno per ora. È un lottatore, un attaccante, uomo da fughe e attacchi, da strappi e da muri. Uno che però sa trasformarsi e trasformare i suoi talenti. "Non è uno da corse a tappe. Almeno oggi, ma in futuro chissà. È già un corridore diverso da quello che era solo pochi anni fa", ha spiegato l'ex campione francese Didier Rous. 

 

Un passaggio che probabilmente non potranno mai fare né Rémi Cavagna né Anthony Turgis: gente da corse di un giorno, da fughe nelle tre settimane, gente capace di andare da sola o farsi valere allo sprint. "Ragazzi che daranno grandi soddisfazioni ai tifosi. Ci vuole del tempo, ma c'è un'altra nouvelle vague pronta a esplodere". Parola di Bernard Hinault.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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