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Gli angeli del pavé della Parigi-Roubaix

La missione de Les Amis de Paris-Roubaix è quella di rendere possibile “ultima follia del ciclismo moderno”. Sono le vestali del culto delle pietre, quella particolare fede che blocca il Belgio per un mese e il nord della Francia per un giorno

18 Marzo 2019 alle 18:21

Gli angeli del pavé della Parigi-Roubaix

Foto tratta dal profilo Facebook di Les Amis de Paris-Roubaix

È come entrare in una lavatrice con la centrifuga al massimo dei giri. È come stare su di un ring con un Tyson qualsiasi davanti. È come mettersi in una botte di legno e buttarsi giù da una collina. Sono botte ovunque, anche quando non si cade. Il pavé è questo, “una cosa da fachiri”, almeno per Raymond Impanis, “una cosa da matti”, almeno per Bernard Hinault, “una cosa da masochisti”, almeno per Erik Zabel, “una cosa bellissima”, almeno per Franco Ballerini, almeno per chiunque salga a Parigi per provare a vincere la Paris-Roubaix. Si presenteranno al via tra meno di un mese, il 14 aprile. Il gran tran tran lassù al Nord è però già iniziato.

 

Il tempo delle pietre. Il ciclismo e le classiche del pavé

Dall'Omloop Het Nieuwsblad alla Parigi-Roubaix passando per il Giro delle Fiandre, il mese sacro del ciclismo in Belgio (e nel nord-ovest della Francia)

 

È soprattutto un lavoraccio, almeno per chi si è messo in testa che la Roubaix è una cosa seria, che va amata e rispettata, soprattutto preservata e conservata. Perché negli anni Settanta questa corsa poteva perdere i suoi scenari, i suoi terreni, in pratica scomparire. Nessuno capiva perché dovessero esistere ancora strade, seppur tra i campi, fatte da grossi blocchi di porfido. E nessuno capiva soprattutto perché i ciclisti, una volta all’anno, provassero piacere a passarci sopra con le biciclette. Un sindaco di un paese attraversato dalla corsa sbottò contro chi all’epoca sosteneva che non si potesse asfaltare una strada in pavé perché era un tratto del percorso: “Fanculo alla Roubaix. Mica si può dar problemi a tutti i cittadini per una corsa”.

  

Il primo cittadino non aveva mai pedalato in vita sua. Andava capito e compatito. D’altra parte la Parigi-Roubaix è un salto nel tempo, un altro mondo. Oggi come allora. Si ostinava a passare in una realtà che stava scomparendo, che forse era già quasi del tutto scomparsa, perché agreste in un mondo che si stava urbanizzando, perché scomoda e lenta in un mondo che si stava viziando di velocità, perché d’antan in un mondo che bramava modernità. Era il 1977 e la posizione del sindaco trovò molti consensi. Se questi sono rimasti propositi e non azioni il ciclismo lo deve a un manipolo di persone con un cuore fatto di pietre. Un gruppo di volontari si riunì per la prima volta in quell’anno, decise di chiamarsi Les Amis de Paris-Roubaix, si intestardirono nell’idea che la modernità poteva entrare ovunque tranne in quelle stradine di campagna che ora chiamano settori. E così si intestardirono nel dire che quel tipo di pavimentazione stradale era una parte del patrimonio rurale di quel pezzo di Francia al confine col Belgio e che soprattutto era un patrimonio per tutto lo sport. Iniziarono a prendersi cura delle pietre, a raschiare il muschio che si formava d’inverno, a tagliare le erbacce che crescevano non appena il sole tornava a riscaldare, a pareggiare l’altezza delle pietre quando si creavano buche, a levare quello strato di fango che si portavano dietro le ruote dei trattori.

 


Foto tratta dalla pagina Facebook Les Amis de Paris-Roubaix


  

Les Amis de Paris-Roubaix sono diventati essenziali, il motore silenzioso e nascosto che rende possibile lo spettacolo delle pietre francesi. Perché quello che è considerato un monumento del ciclismo mondiale, altro non è che un reticolato di stradelli dimenticato da Dio. “Il vero problema è che queste strade sono bisognose di continua manutenzione. Sono soggette al passaggio di veicoli agricoli molto pesanti che sui ciottoli passano primavera, estate, autunno e inverno, e che danneggia la strada”, ha detto a Rouleur il presidente dell’associazione François Doulcier. Il loro è un lavoro continuo, che si intensifica nei due mesi precedenti la corsa, perché “ogni settore ha il dovere di essere perfetto e per essere perfetto deve avere il tempo di assestarsi da sé”.

 

 

La loro è una missione, far continuare a esistere la “corsa più bella del mondo”, l’“ultima follia del ciclismo moderno”, semplicemente la Parigi-Roubaix. Si sono trasformati in vestali del culto delle pietre, quella particolare fede che blocca il Belgio per un mese e il nord della Francia per un giorno. Si sono trasformati in sognatori spinti da un ideale di purezza che è difficile trovare altrove. La Roubaix si è fossilizzata in un mondo fuori dal mondo, in un tempo fuori dal tempo, in una dimensione ideale che forse non è mai esistita prima del loro intervento. È questa però una dimensione imperdibile, tra il meglio che il ciclismo ha da offrire.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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